La Casa degli Amanti I-10, 11 è una delle domus più interessanti della Regio I e conserva una caratteristica architettonica eccezionale nel panorama pompeiano: il peristilio a doppio ordine, con il piano superiore conservato in maniera pressoché completa. La casa deve invece il proprio nome moderno a un breve verso inciso su un quadretto decorato con anatre nel peristilio: Amantes, ut apes, vitam melitam exigunt, “Gli amanti conducono, come le api, una vita dolce come il miele”.
L'edificio fu riportato alla luce nel 1933. Le ricerche archeologiche indicano che la configurazione generale della casa risale probabilmente alla metà del I secolo a.C., forse attraverso la trasformazione di strutture precedenti. In una fase successiva il peristilio fu sopraelevato con un secondo ordine e, dopo il terremoto del 62 d.C., numerosi ambienti furono rinnovati con pitture di IV Stile. Nel 79 d.C. la casa riuniva quindi elementi costruiti e decorati in momenti differenti della propria storia.
La formazione della domus
TESS distingue tre principali momenti nella storia dell'edificio. Intorno alla metà del I secolo a.C. venne definito l'impianto generale della casa, organizzato intorno all'atrio e al peristilio. A questa fase appartengono le fauces, l'atrio con la vasca centrale, alcuni ambienti laterali e diversi pavimenti in cementizio.
In una seconda fase, collocata nella prima età augustea, il peristilio fu trasformato mediante la costruzione di un livello superiore. Il dato è particolarmente importante perché questa struttura si conservò eccezionalmente fino allo scavo e costituisce oggi l'elemento architettonico più caratteristico della domus.
Dopo il terremoto del 62 d.C. numerosi ambienti furono invece ridecorati secondo il gusto del IV Stile, mentre decorazioni e pavimenti appartenenti alle fasi precedenti continuarono a essere utilizzati.
L'ingresso e l'atrio
Attraverso le fauces si raggiungeva l'atrio, centro della parte anteriore della casa. Le fauces conservavano una decorazione pittorica più antica rispetto alla maggior parte degli altri ambienti, mentre il pavimento apparteneva alla fase originaria del complesso.
Nell'atrio si trovava una vasca centrale e attorno ad essa si conservano pavimentazioni in cementizio con tessere e inserti geometrici. Gli ambienti disposti sui lati servivano differenti funzioni domestiche e di rappresentanza.
Uno degli aspetti interessanti della planimetria è l'assenza del tradizionale grande tablino disposto sull'asse dell'ingresso. Dall'atrio il percorso conduce invece direttamente verso il settore del peristilio, attribuendo a quest'ultimo un ruolo particolarmente importante nell'organizzazione della casa.
Il peristilio trapezoidale
Il peristilio presenta una pianta leggermente trapezoidale e costituiva il fulcro della parte più interna della residenza. Il suo pavimento conserva elaborate decorazioni geometriche in cementizio con tessere bianche: meandri di svastiche e quadrati, motivi ad alveare, rombi e altre composizioni sottolineavano gli spazi compresi tra le colonne.
Il peristilio non era quindi soltanto un passaggio intorno a un piccolo spazio aperto. Rappresentava un ambiente architettonicamente e decorativamente importante, sul quale si aprivano sale destinate al soggiorno e alla ricezione degli ospiti.
È proprio su una delle sue pareti che venne inciso il verso che avrebbe dato alla casa il nome moderno.
Il peristilio a doppio ordine
La caratteristica più eccezionale è il secondo piano sopra il peristilio. Le strutture superiori furono rinvenute in uno stato di conservazione insolitamente completo e permisero già agli archeologi degli anni Trenta di ricostruire l'organizzazione originaria del complesso.
Il piano superiore era raggiungibile attraverso una scala collocata nel settore settentrionale del portico, della quale rimangono tracce sulla parete. Sopra il primo colonnato si sviluppava quindi un secondo livello, creando una sorta di galleria affacciata sullo spazio centrale.
Il Parco Archeologico considera questa configurazione del peristilio a doppio ordine un unicum a Pompei per il grado di conservazione raggiunto. In molte altre domus sappiamo che esistevano piani superiori, ma essi sono generalmente crollati durante l'eruzione e possono essere ricostruiti soltanto attraverso indizi murari.
Una casa su più livelli
La conservazione del piano superiore ricorda che Pompei non era composta esclusivamente dagli ambienti al pianterreno che oggi dominano il paesaggio archeologico. Numerose case possedevano uno o più livelli superiori con stanze, corridoi, balconi o terrazze.
La Casa degli Amanti offre una rara possibilità di comprendere concretamente questa dimensione verticale dell'architettura domestica. Il secondo piano ampliava la superficie disponibile senza richiedere nuove acquisizioni di terreno e modificava profondamente anche l'aspetto del peristilio.
Non abbiamo tuttavia elementi sufficienti per identificare genericamente il piano superiore come “alloggio dei servi”, come talvolta è stato scritto. Gli spazi superiori delle case pompeiane potevano svolgere funzioni differenti e la loro destinazione deve essere valutata caso per caso.
Il verso degli amanti
Il nome della domus deriva dall'iscrizione:
Amantes, ut apes, vitam melitam exigunt
letteralmente: “Gli amanti conducono, come le api, una vita dolce come il miele”.
Il verso era inciso in un piccolo quadretto decorato con anatre, collocato sul fondo del peristilio. Si tratta quindi di un graffito domestico inserito in un contesto decorativo e non, come riportato in alcune vecchie descrizioni, di un'iscrizione posta semplicemente a destra dell'ingresso.
Il gioco di parole mette in relazione gli amanti con le api e la dolcezza del miele, offrendo uno dei numerosi esempi di frasi, versi, battute e riflessioni personali lasciati dagli abitanti sulle pareti di Pompei.
Il nome non indica la funzione della casa
Il termine moderno “Casa degli Amanti” non deve essere interpretato come indicazione della funzione dell'edificio. La casa era una domus residenziale, organizzata con atrio, peristilio, ambienti per il banchetto, locali domestici e piano superiore.
In passato è stata avanzata anche l'ipotesi che l'edificio potesse essere stato utilizzato come bordello, collegando il verso sugli amanti ad alcuni soggetti pittorici. Non esistono però elementi archeologici sufficienti per sostenere questa interpretazione.
Il graffito è quindi molto più correttamente considerato l'origine suggestiva del nome moderno della casa, senza trasformarlo in una prova sulle attività che vi si svolgevano.
Le pitture
Ad eccezione delle decorazioni più antiche delle fauces, gran parte delle pitture visibili nella casa appartiene al IV Stile e fu realizzata durante il I secolo d.C., in particolare nella fase successiva al terremoto del 62.
Le pareti combinavano grandi campiture colorate, elementi architettonici fantastici, piccoli paesaggi, nature morte e quadri figurati. La decorazione permetteva di differenziare gli ambienti in rapporto alla loro funzione e alla loro importanza.
L'insieme mostra bene la tendenza delle case pompeiane a conservare contemporaneamente elementi di epoche differenti: pavimenti più antichi potevano continuare a essere utilizzati mentre le pareti venivano aggiornate secondo il gusto più recente.
Il triclinio
Particolarmente raffinato era il triclinio, uno dei principali ambienti destinati al banchetto. Il programma figurativo era costruito intorno al tema dell'amore e delle vicende mitologiche segnate dalla separazione o dall'abbandono.
Sulla parete occidentale era raffigurata Didone abbandonata da Enea, episodio tratto dalla vicenda della regina di Cartagine destinata a morire dopo la partenza dell'eroe troiano. Un'altra parete mostrava invece Arianna addormentata e scoperta da Dioniso, dopo essere stata lasciata da Teseo sull'isola di Nasso.
Sul soffitto compariva inoltre una scena con Venere e Marte, completando un insieme nel quale diverse forme dell'amore venivano accostate all'interno della sala da banchetto.
Didone e Arianna
L'accostamento tra Didone e Arianna è particolarmente significativo. Entrambe erano donne abbandonate da un eroe, ma le loro storie avevano esiti profondamente differenti.
Didone non supera l'abbandono di Enea e la sua vicenda termina tragicamente. Arianna, lasciata da Teseo, incontra invece Dioniso e diventa la sposa del dio. Le due immagini permettevano così di confrontare due celebri storie d'amore attraverso destini opposti.
Non è necessario immaginare un complesso messaggio morale rigidamente programmato dal proprietario: è però evidente che i soggetti appartenevano a uno stesso universo tematico e risultavano particolarmente adatti a un ambiente conviviale nel quale gli ospiti potevano riconoscere e discutere i miti rappresentati.
Venere e Marte
La coppia di Venere e Marte, raffigurata nella decorazione del soffitto, introduceva un'altra celebre relazione amorosa del repertorio greco-romano. La dea dell'amore e il dio della guerra costituivano uno dei soggetti più diffusi nella pittura pompeiana.
La collocazione sul soffitto del triclinio completava visivamente le storie rappresentate sulle pareti e contribuiva all'unità tematica dell'ambiente. La stessa decorazione dimostra inoltre quanto anche i soffitti delle case romane potessero essere riccamente dipinti, sebbene proprio queste superfici siano tra quelle che più raramente si conservano dopo il crollo degli edifici.
I pavimenti più antichi
TESS documenta diversi pavimenti appartenenti alla prima fase della casa. Nell'atrio sono presenti cementizi con inserti di tessere, mentre un'ala conserva un reticolato romboidale realizzato con tessere bianche.
Nel peristilio la decorazione diventa più complessa: negli intercolumni compaiono pannelli con meandri, esagoni, rombi e quadrati. Anche alcuni oeci presentano composizioni geometriche centralizzate, tra cui una grande stella formata da otto losanghe inscritta in un cerchio.
Queste pavimentazioni risalgono in parte alla costruzione della casa nel I secolo a.C. e furono conservate durante i successivi rinnovamenti pittorici, diventando nel 79 d.C. elementi molto più antichi delle pareti circostanti.
Il rapporto con il civico I-10, 10
La documentazione archeologica registra la domus anche come complesso I.10,10.11. Il motivo è il collegamento esistente tra l'atrio e il vicino ambiente con ingresso al civico I.10.10, interpretato come bottega.
L'accesso principale alla casa rimane comunque il civico I.10.11, motivo per cui la denominazione Casa degli Amanti I-10, 11 è quella più semplice e appropriata per identificarla nella nostra mappa.
Il collegamento con la bottega ricorda ancora una volta quanto fosse normale a Pompei la vicinanza tra abitazione e attività economica e quanto i confini funzionali degli edifici potessero essere più complessi rispetto alle categorie moderne.
Gli oggetti della casa
Gli scavi hanno restituito anche numerosi oggetti appartenenti alla vita quotidiana. Il Parco segnala in particolare un braciere, un bacile, una lucerna in bronzo e cerniere in osso, oggi utilizzati per raccontare l'arredo e l'uso degli ambienti.
Sono reperti apparentemente molto meno spettacolari degli affreschi, ma essenziali per comprendere una casa realmente abitata. Lucerne e bracieri permettevano di illuminare e riscaldare gli ambienti; recipienti e piccoli elementi di mobili appartenevano invece alla normale organizzazione domestica.
La combinazione tra strutture, pitture, pavimenti e oggetti restituisce quindi un'immagine molto più completa rispetto alla sola osservazione delle pareti decorate.
La scoperta del 1933
La casa venne portata alla luce nel 1933, durante le esplorazioni dell'Insula del Menandro. L'eccezionale conservazione delle strutture superiori fu immediatamente riconosciuta e gli archeologi procedettero già dopo lo scavo a importanti ricostruzioni e interventi destinati a restituire leggibilità al peristilio a doppio ordine.
Questa circostanza è importante anche per interpretare ciò che vediamo oggi: una parte delle coperture e delle sistemazioni del complesso deriva dagli interventi realizzati negli anni Trenta contemporaneamente allo scavo.
La Casa degli Amanti rappresenta quindi anche un documento della storia del restauro archeologico del Novecento.
Il lungo restauro moderno
Dopo il terremoto degli anni Ottanta le condizioni statiche della casa imposero l'installazione di numerosi puntelli per sostenere atrio, peristilio e strutture superiori. Con il passare degli anni la situazione si deteriorò fino a rendere difficile persino l'accesso dei tecnici.
Gli interventi del Grande Progetto Pompei hanno affrontato proprio questa complessa situazione, consolidando murature, coperture e solai e restituendo leggibilità al peristilio e agli ambienti decorati.
Il restauro è stato particolarmente delicato perché occorreva conservare non soltanto le strutture antiche, ma anche comprendere e valutare le ricostruzioni realizzate subito dopo lo scavo del 1933.
Una casa eccezionale soprattutto per la sua architettura
La Casa degli Amanti I-10, 11 è spesso ricordata soprattutto per il romantico verso che le ha dato il nome. Dal punto di vista archeologico, tuttavia, la sua caratteristica più importante è probabilmente un'altra: la conservazione quasi completa del secondo ordine del peristilio, caso eccezionale a Pompei.
La domus permette di seguire anche una lunga evoluzione: il primo impianto della metà del I secolo a.C., l'aggiunta del piano superiore tra età augustea e prima età imperiale e la vasta ridecorazione in IV Stile dopo il terremoto del 62 d.C. Pavimenti più antichi, pitture recenti e strutture appartenenti a fasi differenti convivevano ancora nel 79.
Il graffito degli amanti, i miti di Didone e Arianna e la scena di Venere e Marte aggiungono una dimensione particolarmente suggestiva, ma non trasformano l'edificio in un luogo dedicato all'amore o alla prostituzione. Era anzitutto una residenza pompeiana di buon livello, resa unica dalla sua eccezionale architettura su due piani e dalla qualità delle decorazioni conservate.

