La Casa di Giulio Polibio IX-13, 1-3, affacciata sulla Via dell'Abbondanza, è una delle residenze più interessanti della Regio IX e uno dei rari esempi conservati di grande abitazione pompeiana di età medio-sannitica, tra III e II secolo a.C.. La severa facciata e la particolare organizzazione interna conservano elementi appartenenti alle fasi più antiche della città, mentre decorazioni, arredi e trasformazioni successive documentano una lunga continuità di vita fino all'eruzione del 79 d.C.
La casa è inoltre eccezionale per la quantità di oggetti rinvenuti al suo interno, che permettono di ricostruire con insolita precisione la vita quotidiana di una famiglia benestante pompeiana. Vasellame da cucina e da banchetto, bronzi antichi, lucerne, candelabri, recipienti in vetro, dadi da gioco e altri oggetti convivevano con opere di notevole valore artistico. Al momento dell'eruzione erano ancora in corso lavori di restauro, come testimonia un cumulo di calce rimasto all'interno dell'abitazione.
Una rara casa di età sannitica
La Casa di Giulio Polibio conserva una planimetria diversa rispetto allo schema più comune delle domus pompeiane di età romana. Il Parco Archeologico la considera uno dei rari esempi di residenza di età medio-sannitica, costruita tra il III e il II secolo a.C.
Tra gli elementi più antichi si conservano decorazioni di Primo Stile, nelle quali l'intonaco modellato e dipinto imitava preziosi rivestimenti architettonici in pietra. Anche il pavimento in ciottoli di fiume e l'impluvio in cocciopesto appartengono alla particolare storia monumentale della casa.
Questi elementi non vennero completamente eliminati nelle trasformazioni successive. Nel 79 d.C. una parte della residenza conservava quindi caratteristiche architettoniche e decorative realizzate molte generazioni prima, probabilmente ancora apprezzate per il loro carattere antico e prestigioso.
Una pianta diversa dalla domus tradizionale
Entrando nella casa si incontra un'organizzazione che non corrisponde perfettamente alla tradizionale sequenza ingresso-atrium-tablino-peristilio tipica di molte grandi abitazioni pompeiane.
L'atrio è seguito da un ambiente chiuso nel quale una porta dipinta nasconde visivamente una vera apertura appartenente a una fase precedente dell'edificio. È una testimonianza particolarmente chiara delle trasformazioni subite dalla casa: invece di demolire completamente la vecchia struttura, i proprietari modificarono l'organizzazione degli ambienti e integrarono la precedente apertura nel nuovo programma decorativo.
La residenza permette quindi di osservare direttamente come una casa pompeiana potesse cambiare nel corso dei secoli senza perdere completamente le tracce delle fasi precedenti.
I lavori ancora in corso nel 79 d.C.
Vicino alla porta dipinta venne rinvenuto un cumulo di calce, lasciato dagli operai impegnati nei lavori di restauro. Il dato è particolarmente importante perché dimostra che, al momento dell'eruzione, alcuni interventi nell'abitazione non erano ancora terminati.
Pompei nel 79 d.C. era una città nella quale numerose case continuavano a essere restaurate e trasformate. Il grande terremoto del 62 d.C. aveva certamente prodotto danni estesi, ma non è possibile attribuire automaticamente ogni lavoro visibile nelle domus a quel singolo evento.
Nel caso della Casa di Giulio Polibio possiamo comunque affermare con sicurezza che un cantiere era ancora attivo quando il Vesuvio eruttò.
Il peristilio e il giardino
Un peristilio con alberi da frutto e arbusti metteva in comunicazione la parte anteriore della casa con gli ambienti principali di rappresentanza. Il giardino introduceva luce e vegetazione all'interno della proprietà e costituiva uno degli spazi destinati al soggiorno e all'otium.
Come nelle altre grandi residenze pompeiane, il peristilio non era semplicemente un cortile funzionale. Piante, portici e ambienti circostanti formavano un unico sistema architettonico nel quale gli ospiti potevano passeggiare o accedere alle sale destinate al banchetto.
Il rapporto tra giardino e sale di rappresentanza acquistava particolare importanza nel grande triclinio, uno degli ambienti più ricchi dell'intera casa.
Il grande triclinio
Il triclinio era destinato ai banchetti e rappresentava uno dei principali spazi nei quali il proprietario poteva mostrare la propria ricchezza agli ospiti. Proprio qui vennero rinvenuti alcuni dei più prestigiosi arredi bronzei della casa.
Le pareti conservano inoltre un grande ciclo pittorico legato al mito di Dirce, tema molto conosciuto nell'arte antica e presente anche nella scultura monumentale.
La combinazione tra pitture mitologiche, vasellame prezioso e bronzi antichi trasformava il triclinio in uno degli ambienti più rappresentativi del livello culturale ed economico degli abitanti.
Il supplizio di Dirce
Il grande affresco del triclinio raffigura episodi del mito di Dirce. Secondo la tradizione mitologica, Dirce aveva perseguitato Antiope, madre di Anfione e Zeto; quando i due figli scoprirono le sofferenze inflitte alla madre, punirono Dirce legandola a un toro.
La scena apparteneva a un repertorio figurativo ben conosciuto nel mondo greco e romano. Lo stesso mito divenne celebre anche attraverso gruppi scultorei monumentali, tra cui la composizione conosciuta come Toro Farnese.
La presenza di un soggetto tanto drammatico nel triclinio riflette il gusto delle élite romane per le grandi storie della mitologia greca, utilizzate nelle case come segni di cultura e come possibili argomenti di conversazione durante i banchetti.
Una collezione di bronzi prestigiosi
Il triclinio ha restituito una straordinaria collezione di oggetti bronzei, alcuni dei quali erano già antichi nel 79 d.C. Non si trattava quindi soltanto di normali utensili domestici, ma anche di oggetti conservati probabilmente per il loro valore artistico, storico o antiquario.
Tra i reperti più importanti figurano una statua bronzea di Apollo, un grande vaso decorato con raffigurazioni mitologiche e una preziosa brocca greca in bronzo databile al V secolo a.C.
Quest'ultima era vecchia di circa cinque secoli al momento dell'eruzione. Il Parco la interpreta espressamente come un vero oggetto d'antiquariato, conservato in casa perché antico e prestigioso.
Collezionare l'antico nell'antichità
La brocca greca è particolarmente interessante perché dimostra che anche i Romani potevano collezionare oggetti appartenenti a epoche molto precedenti alla propria.
Una famiglia ricca non cercava quindi esclusivamente arredi nuovi e alla moda. Possedere un'opera greca antica poteva rappresentare una manifestazione ancora più sofisticata di prestigio culturale.
La Casa di Giulio Polibio permette perciò di osservare un fenomeno molto moderno ai nostri occhi: l'interesse antiquario per gli oggetti del passato. Il valore dell'opera dipendeva non soltanto dal materiale, ma anche dall'età, dalla qualità e dalla provenienza culturale.
Apollo e la cultura greca
La statua bronzea di Apollo appartiene allo stesso universo culturale. Apollo era dio della musica, della poesia, della profezia e delle arti e rappresentava una delle figure fondamentali della religione e della cultura greco-romana.
L'arte greca costituiva un riferimento essenziale per le élite romane e gli ambienti domestici erano frequentemente decorati con statue, pitture e oggetti ispirati alla tradizione ellenica.
Nella Casa di Giulio Polibio la presenza contemporanea di bronzi antichi e pitture mitologiche dimostra quindi un investimento consapevole nella costruzione di un ambiente culturalmente raffinato.
Gli oggetti della vita quotidiana
Accanto alle opere più prestigiose sono stati ritrovati oltre settanta oggetti che permettono di entrare nella dimensione quotidiana della casa. La documentazione del Parco comprende lucerne, portalucerne, bruciaprofumi, pentole, tegami, recipienti per la preparazione del cibo, coppe da banchetto, bottiglie in vetro, scaldavivande e candelabri.
Sono stati rinvenuti anche un salvadanaio in terracotta, dadi da gioco e il calco di un cesto in vimini.
Questa combinazione tra oggetti eccezionali e utensili comuni è uno degli aspetti più importanti della casa. Possiamo osservare contemporaneamente ciò che i proprietari mostravano agli ospiti e ciò che veniva utilizzato ogni giorno per cucinare, illuminare gli ambienti, conservare oggetti o trascorrere il tempo libero.
Il servizio da banchetto
Particolarmente ricco era il vasellame destinato alla tavola e al banchetto. Coppe, recipienti bronzei, bottiglie e altri oggetti erano utilizzati durante la cena, il principale pasto della giornata per le famiglie benestanti.
Il banchetto romano era molto più di un semplice momento destinato all'alimentazione. Costituiva un'occasione fondamentale di socialità, durante la quale venivano consolidati rapporti personali, economici e politici.
La qualità degli arredi del triclinio della Casa di Giulio Polibio mostra quanto il proprietario investisse nella possibilità di ricevere ospiti in un ambiente capace di impressionare attraverso pitture, bronzi e oggetti di antiquariato.
Il cratere con scene mitologiche
Tra gli oggetti più raffinati figura anche un grande cratere bronzeo decorato con immagini mitologiche, realizzato con una tecnica capace di ottenere effetti policromi sulla superficie metallica.
I crateri erano tradizionalmente utilizzati nel mondo greco per mescolare vino e acqua durante il banchetto, ma esemplari di particolare qualità potevano assumere anche un forte valore decorativo e collezionistico.
Il reperto della Casa di Giulio Polibio costituisce quindi un ulteriore elemento del programma attraverso il quale gli abitanti mostravano agli ospiti il proprio gusto e la propria familiarità con la cultura artistica greca.
Giulio Polibio
La casa prende il nome da Caius Iulius Polybius, conosciuto in italiano come Giulio Polibio. Il suo nome compare nelle iscrizioni elettorali dipinte sulla facciata e anche all'interno della proprietà, dove veniva sostenuta la sua candidatura alla carica di duoviro, una delle principali magistrature municipali di Pompei.
Il Parco lo descrive come discendente di un liberto della gens Iulia, la famiglia alla quale apparteneva anche Augusto. La sua candidatura mostra che la famiglia aveva raggiunto una posizione considerevole nella società cittadina.
L'associazione tra le iscrizioni politiche e la ricca abitazione ha portato tradizionalmente a considerarlo il proprietario della casa.
Una proprietà non del tutto certa
La situazione è però più complessa. All'interno della casa venne rinvenuto un anello-sigillo in bronzo con il nome C. IVLI PHILIPPI, cioè Caius Iulius Philippus.
Il Parco Archeologico ha quindi esplicitamente ricordato che Iulius Philippus potrebbe essere stato il vero proprietario della casa. Studi recenti considerano inoltre possibile un rapporto familiare o personale molto stretto tra Philippus e Giulio Polibio.
È dunque preferibile mantenere la denominazione tradizionale Casa di Giulio Polibio, ormai consolidata, ma evitando di affermare che Giulio Polibio fosse certamente il proprietario nel 79 d.C.
Casa e politica
Le iscrizioni elettorali sono comunque molto importanti perché mostrano che la casa era strettamente collegata alla vita politica cittadina.
La candidatura di Giulio Polibio al duovirato richiedeva il sostegno di gruppi e individui influenti. Mostrare una residenza antica e riccamente arredata poteva contribuire alla costruzione dell'immagine pubblica di una famiglia che aspirava a inserirsi ai massimi livelli dell'élite municipale.
Il Parco ha proposto proprio questa lettura per la conservazione delle decorazioni di Primo Stile e della collezione di bronzi antichi: l'ostentazione dell'antichità e della raffinatezza della casa poteva partecipare a un programma di autorappresentazione sociale e politica.
È una interpretazione plausibile e sostenuta dal contesto, anche se non possiamo naturalmente conoscere le intenzioni personali del proprietario in ogni dettaglio.
Una casa antica come simbolo di prestigio
Per una famiglia legata a liberti imperiali, il possesso di una residenza con elementi risalenti alla fase sannitica poteva avere un valore particolarmente significativo.
La casa comunicava antichità attraverso la propria facciata, le pitture di Primo Stile e alcune strutture conservate da secoli; contemporaneamente mostrava ricchezza attraverso bronzi, opere greche e oggetti raffinati.
Questa combinazione poteva consentire a una famiglia emergente di presentarsi come pienamente integrata nell'élite tradizionale della città. È importante però mantenere questa lettura come interpretazione storico-sociale e non come motivazione esplicitamente dichiarata dagli abitanti.
I tredici individui rinvenuti nella casa
La Casa di Giulio Polibio è importante anche per il ritrovamento dei resti di tredici individui morti durante l'eruzione. Gli studi antropologici hanno identificato tre uomini adulti, tre donne adulte, sei individui giovani e un feto negli ultimi mesi di vita intrauterina.
Tra le vittime vi era infatti una giovane donna di meno di vent'anni in avanzato stato di gravidanza. Furono studiati anche un uomo adulto di circa 25-35 anni e un uomo anziano di circa sessant'anni.
Il ritrovamento ha permesso di applicare alla casa metodologie antropologiche particolarmente avanzate per l'epoca, cercando di ricostruire non soltanto le caratteristiche biologiche delle vittime ma anche alcuni dei loro possibili rapporti di parentela.
La giovane donna incinta
La presenza della giovane donna incinta è uno degli elementi umanamente più significativi del complesso. Lo studio dei resti ha permesso di stabilire che la gravidanza si trovava negli ultimi mesi, con un feto ormai molto sviluppato.
Non conosciamo il suo nome e non possiamo identificarla con certezza come componente di una specifica famiglia descritta dalle iscrizioni. Qualunque ricostruzione biografica più dettagliata sarebbe quindi puramente ipotetica.
Il dato archeologico è già sufficientemente importante: nell'abitazione si trovava una giovane donna prossima al parto, morta insieme ad altri individui durante la catastrofe.
Ricostruire i volti
Negli anni Settanta furono tentate ricostruzioni facciali di tre delle vittime, utilizzando i crani come base per ricostruire lo spessore dei tessuti del volto.
Per l'epoca si trattava di un esperimento particolarmente innovativo. Strati di materiale modellabile venivano applicati su riproduzioni dei crani cercando di ricostruire muscolatura e lineamenti sulla base delle conoscenze antropologiche disponibili.
Successive analisi, comprese indagini genetiche, hanno permesso di approfondire anche alcuni rapporti di parentela tra gli individui. È comunque importante distinguere sempre i dati biologici dalle ricostruzioni artistiche del volto, che rappresentano inevitabilmente un'approssimazione.
L'eruzione e la fine della casa
L'eruzione del 79 d.C. interruppe contemporaneamente la vita degli abitanti e i lavori che si stavano svolgendo nella casa. Il cumulo di calce, gli oggetti nelle stanze e i resti delle vittime conservano momenti differenti della stessa giornata.
La casa non era un monumento preparato per essere abbandonato. Era una residenza vissuta, nella quale si cucinava, si giocava, si organizzavano banchetti, si conduceva attività politica e si effettuavano lavori di manutenzione.
È proprio la combinazione di queste testimonianze a rendere il complesso particolarmente prezioso per comprendere la vita quotidiana pompeiana.
Gli scavi
La facciata della casa venne riportata alla luce da Vittorio Spinazzola tra il 1912 e il 1913 durante le grandi esplorazioni della Via dell'Abbondanza.
L'interno fu invece indagato sistematicamente soprattutto tra il 1964 e il 1970, con un approccio interdisciplinare che prestava attenzione non soltanto alle strutture e alle pitture, ma anche agli oggetti, ai resti organici e agli individui rinvenuti.
Questa differenza rispetto alle esplorazioni più antiche di Pompei è importante: l'obiettivo non era più esclusivamente recuperare opere artistiche, ma ricostruire il funzionamento dell'intera casa e la vita delle persone che l'avevano abitata.
Le ricerche e i restauri moderni
La Casa di Giulio Polibio continua a essere oggetto di studio e restauro. Le ricerche sui bronzi del triclinio hanno prodotto nuovi approfondimenti specialistici, mentre il Parco ha avviato ulteriori interventi destinati alla riqualificazione, al restauro e alla valorizzazione della domus.
L'attenzione moderna si concentra contemporaneamente sulla conservazione delle strutture, sullo studio degli oggetti e sulla ricostruzione delle differenti fasi edilizie. Una casa già scavata decenni fa può quindi continuare a produrre nuove informazioni grazie all'applicazione di tecniche e metodologie più avanzate.
Una casa che racconta persone e oggetti
La Casa di Giulio Polibio IX-13, 1-3 è una delle testimonianze più complete della vita domestica pompeiana perché permette di mettere in relazione architettura, politica, arte e oggetti quotidiani.
La severa residenza sannitica racconta una fase antica della città; le pitture di Primo Stile conservano il gusto delle generazioni precedenti; il triclinio con il supplizio di Dirce e la collezione di bronzi mostrano il livello culturale degli abitanti; le iscrizioni elettorali inseriscono la casa nella politica municipale; pentole, lucerne, dadi e salvadanaio restituiscono invece la normalità della vita quotidiana.
Infine, il cumulo di calce lasciato dal cantiere e i resti dei tredici individui ricordano che questa lunga storia venne interrotta improvvisamente nel 79 d.C. Proprio l'eccezionale quantità di informazioni conservate rende la Casa di Giulio Polibio una delle domus fondamentali per comprendere non soltanto come viveva una famiglia benestante, ma anche come costruiva e mostrava la propria identità nella società pompeiana.