La Casa del Fauno VI-12, 2 è una delle più grandi, ricche e celebri abitazioni dell'intera Pompei antica.
Con una superficie di circa 3.000 metri quadrati, occupa quasi un'intera insula della Regio VI e rappresenta uno degli esempi più straordinari di residenza aristocratica dell'Italia romana.
La casa deve il proprio nome alla celebre statuetta bronzea del cosiddetto Fauno danzante, rinvenuta nell'atrio principale e collocata originariamente al centro dell'impluvio.
Ma il bronzetto è soltanto uno dei numerosi capolavori provenienti dall'edificio.
Da questa dimora proviene infatti anche il celebre Mosaico di Alessandro, una delle opere più importanti dell'arte musiva antica, oggi conservato insieme al Fauno e agli altri mosaici originali al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Una delle più grandi case di Pompei
Le dimensioni della Casa del Fauno sono eccezionali.
La maggior parte delle abitazioni pompeiane occupava soltanto una parte dell'isolato nel quale sorgeva. Questa residenza arrivò invece a estendersi per quasi 3.000 metri quadrati, occupando praticamente l'intera insula VI.12.
La casa disponeva di:
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due atri;
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due grandi peristili;
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numerosi ambienti di rappresentanza;
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stanze private;
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triclini;
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aree di servizio;
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giardini;
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piccoli ambienti termali.
Non era quindi semplicemente una casa di grandi dimensioni, ma un vero complesso residenziale aristocratico, concepito per manifestare la ricchezza e il prestigio sociale dei proprietari.
Una casa nata nella Pompei sannitica
L'impianto principale della dimora risale alla prima metà del II secolo a.C., quando Pompei era ancora una città sannitica e non era stata trasformata in colonia romana.
La casa appartiene quindi a una fase molto precedente all'eruzione del 79 d.C.
Verso la fine dello stesso secolo fu profondamente ampliata e riorganizzata.
In particolare venne aggiunto il grandissimo secondo peristilio, che trasformò la residenza in uno dei complessi domestici più monumentali della città.
Quando Roma fondò la colonia nell'80 a.C., la Casa del Fauno era quindi già una dimora aristocratica di eccezionale prestigio.
Una ricchezza visibile già dalla strada
Il lusso della casa era percepibile ancora prima di oltrepassare la porta.
Sul pavimento davanti all'ingresso è inserita la parola HAVE, una forma latina di saluto equivalente ad “Ave” o “Benvenuto”.
Il messaggio accoglieva chi entrava nella dimora.
La soglia conduceva a un vestibolo particolarmente raffinato, decorato con un pavimento in opus sectile, formato da triangoli di pietre e marmi di differenti colori.
Anche questo dettaglio era eccezionale.
Il visitatore comprendeva immediatamente di trovarsi davanti alla casa di una famiglia appartenente al livello più elevato della società pompeiana.
Il vestibolo
L'ingresso non era un semplice corridoio.
Le pareti erano decorate secondo il I Stile pompeiano, detto anche stile strutturale, nel quale lo stucco imitava grandi blocchi e rivestimenti di marmo colorato.
Questo tipo di decorazione, particolarmente diffuso tra II e I secolo a.C., cercava di riprodurre l'aspetto delle sontuose architetture del mondo ellenistico.
Sulle pareti erano inoltre presenti piccoli elementi architettonici a rilievo collegati al culto domestico.
L'ingresso svolgeva quindi una funzione precisa: preparava il visitatore alla magnificenza degli ambienti successivi.
L'atrio tuscanico
Superato il vestibolo si entrava nel grande atrio tuscanico, uno dei principali spazi di rappresentanza della casa.
Il tetto presentava al centro il compluvium, un'apertura attraverso la quale entravano luce e acqua piovana.
L'acqua cadeva nell'impluvium, la vasca rettangolare posta al centro del pavimento.
L'impluvium della Casa del Fauno era particolarmente raffinato e rivestito con pietre colorate disposte geometricamente.
Proprio qui venne collocata la statuetta bronzea che ha dato il nome moderno alla casa.
Il Fauno danzante
Al centro dell'impluvium si trovava una piccola statua in bronzo raffigurante una figura maschile nuda colta durante una danza.
È tradizionalmente chiamata Fauno danzante, anche se dal punto di vista iconografico può essere interpretata più precisamente come un satiro appartenente al corteggio di Dioniso.
Il corpo è rappresentato in movimento, con il capo gettato all'indietro e le braccia sollevate.
Le dimensioni relativamente ridotte contrastano con l'energia straordinaria della figura.
La statuetta originale è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre nell'atrio pompeiano è visibile una copia.
Perché la casa si chiama “del Fauno”
Come moltissimi edifici di Pompei, la casa non conserva il nome antico.
La denominazione moderna venne scelta dagli archeologi in base a uno dei reperti più caratteristici rinvenuti durante gli scavi.
Non sappiamo quindi come gli antichi Pompeiani chiamassero la residenza.
È stato proposto che il bronzetto possa avere avuto anche un rapporto simbolico con il nome della famiglia proprietaria.
Alcuni studiosi hanno infatti collegato la casa alla gens Satria, osservando il possibile gioco tra Satrius e la figura del satiro.
L'ipotesi è interessante, ma l'identità dei proprietari non può essere considerata definitivamente accertata.
Chi possedeva la Casa del Fauno?
La ricchezza dell'edificio indica senza dubbio una famiglia appartenente al vertice dell'aristocrazia locale.
Il proprietario doveva disporre di risorse economiche enormi e di un forte prestigio politico e sociale.
La tradizionale identificazione con la famiglia dei Satrii deriva da differenti elementi archeologici e onomastici, ma resta un'ipotesi.
È quindi preferibile non presentare il proprietario come un personaggio sicuramente conosciuto.
Ciò che l'architettura mostra con certezza è la volontà di una famiglia di altissimo rango di costruire una residenza capace di competere, per dimensioni e qualità artistica, con i modelli aristocratici del Mediterraneo ellenistico.
Due atri
Una delle caratteristiche più particolari della casa è la presenza di due atri.
Accanto al grande atrio tuscanico esiste infatti un secondo settore organizzato intorno a un atrio tetrastilo, cioè sostenuto da quattro colonne.
I due atri permettevano di separare e organizzare differenti funzioni della residenza.
Il primo costituiva il principale spazio di rappresentanza.
Il secondo era collegato a un settore nel quale si concentravano anche ambienti di carattere più privato e di servizio.
Questa articolazione mostra quanto fosse complessa la vita quotidiana di una grande casa aristocratica.
L'atrio tetrastilo
L'atrio secondario era caratterizzato da quattro colonne corinzie in tufo rivestite di stucco.
Questo settore della casa ebbe una storia moderna particolarmente difficile.
Nel settembre del 1943, durante la Seconda guerra mondiale, Pompei fu colpita dai bombardamenti alleati.
Una bomba cadde proprio sull'atrio tetrastilo della Casa del Fauno, distruggendo tre delle quattro colonne.
Le strutture furono ricostruite nel dopoguerra e successivamente sottoposte a nuovi interventi di consolidamento e restauro.
La storia dell'atrio ricorda quindi che anche dopo la riscoperta Pompei ha continuato a essere esposta a distruzioni e trasformazioni.
Il tablinio e la rappresentanza
In asse con l'ingresso principale si trovava il tablinio, uno degli ambienti fondamentali della casa romana.
Era il luogo nel quale il proprietario poteva ricevere clienti, dipendenti e visitatori e svolgere parte delle proprie attività pubbliche.
Nelle grandi abitazioni il percorso ingresso-atrio-tablinio era progettato per creare una forte impressione.
Chi entrava poteva vedere progressivamente una successione di spazi sempre più monumentali.
Nella Casa del Fauno questo asse prospettico continuava oltre il tablinio verso i peristili e i giardini.
Una casa pensata per impressionare
L'architettura della Casa del Fauno non era semplicemente funzionale.
Era costruita come una vera scenografia del prestigio sociale.
Il visitatore attraversava il vestibolo decorato, il grande atrio con il bronzetto, gli ambienti di rappresentanza e infine i vasti peristili.
Ogni spazio introduceva a quello successivo.
La profondità delle prospettive, le colonne, i mosaici e i giardini trasformavano il percorso all'interno della casa in una dimostrazione continua di ricchezza.
L'abitazione era quindi anche uno strumento attraverso il quale il proprietario comunicava la propria posizione all'interno della società.
Il primo peristilio
Dietro la parte anteriore della casa si apriva il primo peristilio, un giardino circondato da colonne.
Il portico era formato da 28 colonne.
Nel corso della storia della casa le colonne furono modificate: i capitelli originariamente dorici vennero sostituiti da elementi ionici, mentre parte del fregio dorico più antico rimase conservato.
Il peristilio costituiva uno spazio di transizione tra gli ambienti chiusi e il giardino.
Era utilizzato per passeggiare, riposare e ricevere ospiti in un ambiente più luminoso e arioso rispetto all'atrio.
Il secondo grande peristilio
Durante l'ampliamento della casa venne aggiunto un secondo peristilio molto più grande.
Misurava circa 45 per 40 metri ed era circondato da 44 colonne doriche rivestite di stucco.
Al centro si trovava un vasto giardino.
Questa seconda area trasformò completamente la scala della residenza.
Un simile spazio verde all'interno della città rappresentava un lusso straordinario.
Il proprietario poteva disporre di un ambiente che ricordava i grandi palazzi e le residenze aristocratiche del mondo ellenistico.
Il giardino
Il giardino non era soltanto decorativo.
Alberi, piante, fontane e statue contribuivano a creare un ambiente destinato all'otium, il tempo dedicato al riposo, alla conversazione e alle attività culturali.
Per l'aristocrazia romana il giardino era anche una dimostrazione di controllo sulla natura.
Portare un paesaggio ordinato e raffinato all'interno dell'abitazione significava trasformare la casa in un piccolo mondo autosufficiente.
La presenza di due peristili mostra quanto importante fosse questa dimensione nella Casa del Fauno.
Il Mosaico di Alessandro
Tra il primo e il secondo peristilio si trovava la grande esedra nella quale fu rinvenuto il capolavoro più celebre della casa: il Mosaico di Alessandro.
L'opera misura circa 5,8 per 3,1 metri ed è composta da un numero enorme di piccolissime tessere.
La scena rappresenta lo scontro tra Alessandro Magno e Dario III di Persia.
Tradizionalmente viene identificata con la Battaglia di Isso del 333 a.C., anche se l'esatta battaglia rappresentata è stata discussa.
Ciò che conta è soprattutto il confronto diretto tra il giovane sovrano macedone e il re persiano.
Alessandro e Dario
Alessandro avanza da sinistra alla testa delle proprie truppe.
Il suo volto è concentrato e determinato.
Dario, sul carro, guarda verso il rivale mentre la propria armata comincia a cedere.
Intorno ai due sovrani cavalli, lance, soldati e corpi caduti creano una scena di straordinaria tensione.
Uno dei dettagli più celebri è lo scudo di un soldato persiano a terra, nel quale si riflette il volto dell'uomo morente.
La capacità di rappresentare spazio, movimento ed emozioni rende il mosaico uno dei massimi capolavori dell'arte antica.
Una copia di un grande dipinto greco
Il mosaico fu realizzato nel II secolo a.C., ma probabilmente riproduceva o reinterpretava un celebre dipinto ellenistico realizzato alcuni decenni dopo le conquiste di Alessandro.
L'originale pittorico è andato perduto.
Per questa ragione il mosaico pompeiano possiede un valore straordinario: può conservare almeno in parte la composizione di uno dei grandi capolavori della pittura greca che altrimenti conosceremmo soltanto attraverso le fonti letterarie.
La presenza di un'opera di questo livello all'interno di una casa privata mostra la cultura e le ambizioni internazionali dei proprietari.
Perché Alessandro in una casa pompeiana?
La scelta di rappresentare Alessandro Magno non era puramente decorativa.
Nel mondo ellenistico e romano Alessandro era il modello per eccellenza del grande condottiero e sovrano.
Possedere una rappresentazione monumentale delle sue vittorie significava mostrare conoscenza della cultura greca e identificarsi simbolicamente con valori come coraggio, potere e prestigio.
Il proprietario della Casa del Fauno trasformava quindi il pavimento dell'esedra in una dichiarazione culturale.
Chiunque fosse ricevuto in questo ambiente comprendeva immediatamente il livello sociale e intellettuale della famiglia.
I mosaici della casa
Il Mosaico di Alessandro non era un'opera isolata.
La Casa del Fauno possedeva un eccezionale programma di mosaici pavimentali.
Tra i soggetti più celebri figurano:
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animali marini e pesci;
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uccelli;
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felini;
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maschere teatrali;
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scene nilotiche;
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figure legate al mondo dionisiaco.
La qualità tecnica è altissima.
Alcuni mosaici utilizzano tessere estremamente piccole per ottenere effetti simili alla pittura.
L'insieme costituisce una delle più importanti raccolte di arte musiva provenienti da un'unica casa del mondo romano.
Il mosaico nilotico
Particolarmente interessante è la presenza di soggetti ispirati all'Egitto e al paesaggio del Nilo.
Durante l'età ellenistica l'Egitto tolemaico, e soprattutto Alessandria, rappresentava uno dei principali centri artistici del Mediterraneo.
Scene con animali esotici, acqua e paesaggi nilotici erano molto apprezzate nelle residenze aristocratiche.
La loro presenza nella Casa del Fauno mostra quanto Pompei fosse inserita in una cultura molto più ampia dei confini della Campania.
Le élite locali conoscevano e imitavano mode artistiche che circolavano in tutto il Mediterraneo.
Il mondo di Dioniso
Altri elementi decorativi richiamano Dioniso, dio del vino, del teatro e della vitalità della natura.
Lo stesso Fauno o satiro danzante appartiene a questo universo religioso e figurativo.
Immagini dionisiache erano molto diffuse nelle case aristocratiche.
Erano particolarmente adatte agli ambienti destinati al banchetto e al giardino, dove vino, musica e conversazione avevano un ruolo importante.
Il programma decorativo della casa collegava quindi cultura greca, piacere aristocratico e rappresentazione sociale.
I triclini
La casa disponeva di diversi triclini, cioè sale destinate al banchetto.
Gli ospiti mangiavano sdraiati su letti disposti intorno alla sala.
Nella società romana il banchetto aveva un significato che andava molto oltre il semplice pasto.
Era un momento fondamentale per costruire relazioni politiche, economiche e sociali.
Il proprietario poteva mostrare agli invitati la qualità della propria casa, dei propri servitori, del cibo e soprattutto delle decorazioni.
Nella Casa del Fauno i raffinati mosaici rendevano queste sale vere gallerie d'arte private.
La zona di servizio
Una residenza di circa 3.000 metri quadrati richiedeva un numero considerevole di persone per funzionare.
Schiavi, servi, cuochi, portieri e personale addetto ai giardini svolgevano quotidianamente un'enorme quantità di lavoro.
Il settore orientale, organizzato soprattutto intorno all'atrio tetrastilo, comprendeva numerosi ambienti collegati a queste attività.
La magnificenza visibile negli spazi di rappresentanza dipendeva quindi dal lavoro di una vasta comunità domestica che normalmente rimane quasi invisibile nella documentazione archeologica.
L'hortolanus
Presso il secondo peristilio si trovavano piccoli ambienti che sono stati collegati alla figura dell'hortolanus, il giardiniere.
Secondo la tradizionale interpretazione, poteva svolgere anche funzioni di ostiarius, cioè portiere dell'ingresso posteriore.
Il dato mostra quanto fosse articolata l'organizzazione del personale.
Mantenere due grandi giardini richiedeva cure quotidiane: irrigazione, potatura, pulizia e manutenzione degli spazi verdi.
Il culto domestico
Come nelle altre case romane, anche nella Casa del Fauno si praticava il culto domestico.
In alcune nicchie furono rinvenuti oggetti collegati alle cerimonie religiose familiari: lucerne, candelabri, treppiedi e una statuetta del Genius.
Il Genius rappresentava la forza protettrice del capofamiglia, mentre i Lari proteggevano la casa e la famiglia.
Religione e vita quotidiana non erano separate.
Prima dei pasti, durante ricorrenze familiari o in occasioni particolari potevano essere compiute piccole offerte davanti al larario.
Una casa profondamente ellenizzata
Uno degli aspetti più importanti della Casa del Fauno è il suo fortissimo rapporto con il mondo greco ed ellenistico.
Architettura, mosaici, peristili, soggetti mitologici e decorazioni mostrano l'adozione di modelli culturali provenienti dal Mediterraneo orientale.
E tutto questo avvenne soprattutto nel II secolo a.C., quando Pompei non era ancora colonia romana.
La casa dimostra quindi che la città sannitica era già inserita in una rete commerciale e culturale internazionale.
Le élite pompeiane conoscevano le mode artistiche di Alessandria, della Grecia e degli altri grandi centri ellenistici.
La casa e la conquista romana
Quando Silla fondò la colonia romana nell'80 a.C., la Casa del Fauno esisteva già da diversi decenni.
È un elemento importante perché impedisce di interpretare automaticamente ogni manifestazione di lusso pompeiano come conseguenza della romanizzazione.
Al contrario, molte delle più raffinate forme artistiche della casa appartengono alla Pompei preromana.
Dopo la conquista, la residenza continuò a essere utilizzata e modificata, ma gran parte della sua identità monumentale era già stata definita.
La Casa del Fauno è quindi fondamentale anche per comprendere la continuità tra la città sannitica e quella romana.
Il terremoto e gli ultimi anni
Come gran parte di Pompei, anche la Casa del Fauno fu interessata dai terremoti che colpirono la città nel I secolo d.C.
La residenza continuò tuttavia a essere abitata fino all'eruzione del 79 d.C.
L'aspetto dell'edificio alla vigilia della catastrofe era il risultato di circa due secoli di trasformazioni.
Non era più esattamente la stessa casa costruita nel II secolo a.C., ma continuava a conservare molte delle decorazioni antiche.
Questo è particolarmente significativo.
Invece di sostituire completamente mosaici e decorazioni con le nuove mode pittoriche del I secolo d.C., i proprietari conservarono numerosi elementi più antichi, probabilmente proprio perché erano considerati prestigiosi.
Una casa “antica” già nel 79 d.C.
Quando il Vesuvio eruttò, alcuni mosaici della Casa del Fauno avevano già quasi duecento anni.
Per gli abitanti del 79 d.C. erano quindi opere antiche.
La loro conservazione può indicare una volontà di mantenere visibile la lunga storia aristocratica della casa.
In una società nella quale l'antichità della famiglia e delle tradizioni poteva rappresentare una forma di prestigio, una residenza monumentale ereditata da generazioni precedenti possedeva un valore particolare.
La Casa del Fauno non comunicava soltanto ricchezza presente: comunicava anche continuità e memoria familiare.
La scoperta tra il 1829 e il 1833
La casa fu riportata alla luce principalmente tra il 1829 e il 1833.
Gli scavatori si resero immediatamente conto dell'eccezionalità dell'edificio.
Nel 1831 venne scoperto il Mosaico di Alessandro.
Il ritrovamento suscitò enorme interesse in tutta Europa.
Le dimensioni dell'opera e la qualità artistica superarono gran parte di ciò che fino ad allora era stato trovato negli scavi vesuviani.
Nel corso del tempo furono effettuate ulteriori indagini, tra cui quelle del 1900 e degli anni 1960-1962.
Dal pavimento al Museo Archeologico di Napoli
Nel XIX secolo molti dei mosaici più importanti vennero staccati dai pavimenti e trasferiti al Museo Archeologico di Napoli.
La stessa sorte toccò alla statuetta del Fauno danzante.
Questa scelta può sembrare oggi radicale, ma all'epoca era considerata il modo migliore per proteggere e valorizzare le opere.
Gli originali costituiscono oggi uno dei nuclei più importanti della collezione musiva del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Nella casa sono state collocate copie che permettono di comprendere la posizione originaria dei principali capolavori.
Il bombardamento del 1943
La storia moderna della Casa del Fauno comprende anche un episodio drammatico.
Nel settembre 1943, durante la Seconda guerra mondiale, l'area archeologica di Pompei fu colpita da bombardamenti.
Due ordigni caddero sulla Casa del Fauno.
Uno di essi colpì l'atrio tetrastilo, distruggendo tre delle quattro colonne.
Le strutture furono ricostruite nel dopoguerra, ma i materiali e i metodi utilizzati all'epoca crearono successivamente nuovi problemi conservativi.
Il Parco ha quindi dovuto realizzare ulteriori interventi di restauro e consolidamento.
Conservare una casa di tremila metri quadrati
La Casa del Fauno rappresenta una sfida enorme anche per la conservazione moderna.
Mosaici, colonne, muri, intonaci e pavimenti sono esposti agli agenti atmosferici dopo essere rimasti sepolti per quasi diciotto secoli.
Un edificio di queste dimensioni richiede interventi continui di manutenzione.
Il restauro non riguarda soltanto i capolavori più conosciuti.
Anche canalizzazioni, murature, coperture e superfici apparentemente meno spettacolari sono indispensabili per comprendere e conservare l'intero complesso.
Una dimora paragonabile a un palazzo
Chiamare la Casa del Fauno semplicemente “casa” può essere quasi fuorviante.
Per dimensioni, numero degli ambienti e qualità delle decorazioni, il complesso può essere paragonato a un vero palazzo urbano aristocratico.
I due atri organizzavano differenti settori.
I due peristili offrivano enormi spazi verdi.
Le sale di rappresentanza contenevano opere d'arte di livello eccezionale.
Le aree di servizio permettevano il funzionamento quotidiano di una grande comunità domestica.
Tutto era concepito per manifestare l'appartenenza dei proprietari al vertice della società.
Pompei e il Mediterraneo
La Casa del Fauno è anche una delle prove più evidenti che Pompei non era una città isolata ai piedi del Vesuvio.
Il Mosaico di Alessandro richiama la grande pittura ellenistica.
Le scene nilotiche rimandano all'Egitto.
I peristili imitano modelli greci.
Le decorazioni utilizzano tecniche e linguaggi artistici diffusi in tutto il Mediterraneo.
La ricchezza necessaria per commissionare opere di questo livello presuppone inoltre una società inserita in ampi circuiti economici e commerciali.
La casa racconta quindi una Pompei cosmopolita, capace di assimilare e reinterpretare culture provenienti da regioni molto lontane.
Uno dei capolavori assoluti di Pompei
La Casa del Fauno VI-12, 2 è molto più di una grande abitazione.
È contemporaneamente un documento della Pompei sannitica, una residenza aristocratica, una galleria di arte ellenistica e una testimonianza della lunga continuità delle élite cittadine.
Il Fauno danzante, il Mosaico di Alessandro, i due atri, i due peristili e gli straordinari mosaici permettono di ricostruire il mondo di una famiglia che utilizzò architettura e arte per rappresentare il proprio prestigio.
Pochi altri edifici mostrano con altrettanta chiarezza la ricchezza culturale raggiunta da Pompei già prima della conquista romana.
Per dimensioni, qualità artistica e importanza storica, la Casa del Fauno è una delle più straordinarie residenze private conservate dell'intero mondo antico.
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