La Fullonica di Stephanus I-6, 7, situata lungo la Via dell'Abbondanza, è uno dei complessi meglio conservati di Pompei per comprendere il lavaggio, la sgrassatura e la rifinitura dei tessuti nel mondo romano. Non fu costruita originariamente come officina: nell'ultima fase della vita della città una precedente casa ad atrio venne profondamente trasformata, inserendo al suo interno vasche, postazioni di lavoro e attrezzature necessarie all'attività dei fullones.
La particolarità dell'edificio è proprio questa compresenza di lavoro e vita domestica. Alcuni settori furono convertiti radicalmente alla produzione tessile, mentre altri conservarono decorazioni, cucina e caratteristiche proprie di una normale abitazione. La Fullonica di Stephanus permette quindi di osservare come, nella Pompei del I secolo d.C., casa e attività economica potessero occupare gli stessi spazi senza essere nettamente separate.
Una casa trasformata in officina
L'edificio aveva originariamente l'organizzazione tipica di una casa ad atrio, con ambienti disposti intorno allo spazio centrale e un settore aperto nella parte posteriore. Durante l'ultima fase della sua storia la proprietà fu ristrutturata per ospitare una fullonica.
Il Parco Archeologico collega questa trasformazione agli ultimi decenni della città e gli interventi sono generalmente messi in relazione con la grande fase di riorganizzazione urbana successiva al terremoto del 62 d.C.. La precedente abitazione non fu però demolita e sostituita da un edificio industriale completamente nuovo: gli spazi domestici vennero adattati alle esigenze del lavoro, lasciando ancora leggibili molte caratteristiche della casa originaria.
Questa soluzione permetteva di svolgere l'attività in una posizione particolarmente favorevole, direttamente sulla frequentatissima Via dell'Abbondanza.
Che cosa era una fullonica
La parola latina fullonica indica un impianto nel quale i fullones lavoravano i tessuti. L'attività comprendeva sia il trattamento delle stoffe appena prodotte sia la pulizia e la rifinitura di indumenti già utilizzati.
La lana appena tessuta poteva contenere grassi e impurità che dovevano essere eliminati. I tessuti usati, invece, richiedevano lavaggio, smacchiatura e successivi trattamenti destinati a restituire compattezza e un aspetto uniforme alle fibre.
La fullonica non va quindi immaginata soltanto come l'equivalente di una lavanderia moderna. Parte del lavoro apparteneva propriamente alla rifinitura dei tessuti, una fase importante della produzione tessile romana.
Stephanus
Il nome moderno deriva da Stephanus, ricordato in iscrizioni elettorali dipinte sulla facciata dell'edificio. Tradizionalmente è stato identificato come proprietario della fullonica e la guida del Parco mantiene questa interpretazione.
Il collegamento è molto plausibile, ma non possediamo un documento che dichiari esplicitamente che Stephanus fosse il proprietario dell'immobile. Per questo alcuni studi mantengono aperta la possibilità che fosse il proprietario dell'attività, il gestore oppure una persona comunque strettamente collegata all'officina.
È preferibile quindi parlare di Fullonica di Stephanus come denominazione archeologica consolidata, evitando di ricostruire una biografia del personaggio che le fonti non consentono.
L'ingresso sulla Via dell'Abbondanza
Il fronte sulla strada possedeva una grande apertura, adatta a mettere direttamente in comunicazione l'attività con il traffico della Via dell'Abbondanza. La zona anteriore doveva essere particolarmente importante per il rapporto con clienti e fornitori e per alcune delle fasi finali della lavorazione.
Gli scavi hanno infatti restituito in questo settore elementi appartenenti a una grande pressa per tessuti, oltre a forbici, pettini e altri strumenti collegabili alla lavorazione delle stoffe.
La posizione dell'officina era quindi estremamente favorevole: i clienti potevano raggiungerla direttamente da uno dei principali assi commerciali della città senza attraversare quartieri periferici o specificamente industriali.
Una grande pressa per i tessuti
La presenza della pressa, o torcular, rappresenta uno degli elementi più importanti per ricostruire il ciclo produttivo. Dopo essere stati lavati e trattati, i tessuti dovevano essere rifiniti e resi il più possibile lisci e regolari.
Della struttura lignea naturalmente non si è conservata la parte principale, ma durante gli scavi furono individuati elementi metallici e tracce nelle strutture che consentono di ricostruirne la presenza.
La pressatura apparteneva alle operazioni conclusive della lavorazione e contribuiva a migliorare l'aspetto della stoffa prima della riconsegna o della commercializzazione.
L'atrio
Superata la zona anteriore si raggiungeva il vecchio atrio della casa, ancora caratterizzato da ricche decorazioni parietali. La trasformazione produttiva non comportò infatti la cancellazione completa dell'aspetto domestico dell'edificio.
Questo dato è importante perché in passato l'intero piano terreno è stato spesso interpretato come una sequenza di ambienti esclusivamente destinati all'attività della fullonica. Gli studi sulla distribuzione dei reperti hanno invece mostrato che le funzioni domestiche continuarono probabilmente a convivere con quelle produttive.
La Fullonica di Stephanus può quindi essere interpretata come un complesso multifunzionale nel quale si viveva e si lavorava.
La grande vasca nell'atrio
Al centro dell'atrio si trova una grande vasca dai parapetti rialzati, costruita nella posizione precedentemente occupata dall'impluvio. La guida ufficiale del Parco la interpreta come una delle modifiche realizzate durante la trasformazione della casa in fullonica e come una struttura collegata al trattamento dei tessuti.
Una parte della ricerca moderna ha però proposto una lettura più prudente. La vasca possedeva infatti parapetti dipinti con piante e uccelli, inserti marmorei e una fontana decorata, caratteristiche piuttosto elaborate per un semplice impianto di lavaggio. Inoltre il vero sistema produttivo con vasche e postazioni per la pigiatura si trovava già nel settore posteriore.
La funzione precisa della vasca dell'atrio rimane quindi discussa: potrebbe essere stata adattata alle attività della fullonica, ma non è necessario considerarla con certezza una vasca industriale.
Le decorazioni dell'atrio
La decorazione conservata dimostra quanto l'antica funzione residenziale fosse ancora percepibile. Le pareti presentano pannelli colorati e motivi architettonici, mentre la vasca centrale era decorata esternamente con uccelli e piante su fondo rosso.
Anche il suo pavimento conteneva frammenti e lastrine marmoree disposte nella superficie. TESS documenta questi rivestimenti e li data nel corso del I secolo d.C.
La presenza di decorazioni tanto curate rende la Fullonica di Stephanus particolarmente interessante: il lavoro tessile non veniva confinato in un edificio privo di qualsiasi carattere domestico, ma penetrava all'interno di una precedente residenza ancora riccamente decorata.
Il settore produttivo posteriore
Il vero cuore tecnico della fullonica era collocato soprattutto nella parte posteriore dell'edificio. Qui furono costruite tre grandi vasche per il risciacquo e cinque postazioni destinate alla pigiatura dei tessuti.
L'organizzazione permetteva di svolgere contemporaneamente diverse fasi della lavorazione. Gli addetti potevano trattare le stoffe nelle piccole postazioni e trasferirle successivamente nelle vasche alimentate con acqua pulita.
Questo settore mostra molto chiaramente che la lavorazione non era improvvisata: l'impianto era stato progettato per gestire un ciclo produttivo organizzato e ripetitivo.
Il lavoro dei fullones
Una delle operazioni caratteristiche consisteva nel collocare i tessuti in piccoli recipienti o vasche e calpestarli ripetutamente con i piedi. Il movimento permetteva alle sostanze detergenti di penetrare tra le fibre e favoriva la rimozione di grasso e impurità.
Era un lavoro fisicamente pesante che poteva durare a lungo. Le postazioni erano progettate in modo che l'addetto potesse mantenersi in equilibrio mentre calpestava il tessuto.
L'immagine dei fullones che pestano le stoffe è documentata anche nell'iconografia romana e costituisce una delle fasi più riconoscibili dell'antico processo di follatura.
L'urina come sostanza detergente
Tra le sostanze utilizzate compariva anche urina umana e animale, impiegata per le proprietà sgrassanti dei composti ammoniacali che si sviluppavano durante la decomposizione.
La pratica può apparire insolita al visitatore moderno, ma possedeva una precisa efficacia chimica. L'urina poteva essere raccolta in recipienti collocati in città e diventava una materia prima utile alle attività dei fullones.
Non era comunque l'unica sostanza disponibile. Nella lavorazione dei tessuti venivano utilizzati anche acqua, argille e altre sostanze detergenti o assorbenti, scelte a seconda della fase e del risultato desiderato.
Le argille fulloniche
Alcune terre e argille possedevano proprietà utili per assorbire grassi e impurità dalle fibre. La cosiddetta terra fullonica poteva quindi essere impiegata insieme o in alternativa ad altre sostanze durante il trattamento dei tessuti.
Il procedimento non corrispondeva a una singola ricetta applicata indistintamente a ogni stoffa. Tipo di fibra, colore, condizioni del tessuto e risultato desiderato potevano richiedere trattamenti differenti.
È quindi più corretto immaginare la fullonica come un laboratorio nel quale esistevano competenze tecniche specifiche, tramandate attraverso l'esperienza degli addetti.
Le tre vasche per il risciacquo
Dopo il trattamento iniziale le stoffe dovevano essere accuratamente risciacquate con acqua pulita. Nella parte posteriore dell'edificio furono realizzate tre vasche collegate al sistema idrico.
La diversa quota delle strutture favoriva il passaggio dell'acqua e permetteva di utilizzare progressivamente le vasche durante il risciacquo. Il sistema costituiva uno degli elementi più costosi e tecnicamente impegnativi dell'officina.
La disponibilità di acqua corrente era fondamentale: senza un approvvigionamento costante sarebbe stato impossibile trattare regolarmente quantità significative di tessuto.
Il rapporto con l'acquedotto
La diffusione dell'acquedotto a Pompei modificò profondamente la disponibilità di acqua all'interno delle attività produttive e delle case private. Impianti come la Fullonica di Stephanus potevano così disporre di strutture di lavaggio molto più efficienti rispetto a quelle dipendenti esclusivamente dall'acqua piovana raccolta nelle cisterne.
L'acqua serviva soprattutto nelle fasi di risciacquo, quando era necessario eliminare dalle fibre le sostanze utilizzate durante il trattamento.
La fullonica mostra quindi anche quanto le infrastrutture urbane fossero strettamente collegate allo sviluppo delle attività economiche della città.
Asciugatura dei panni
La trasformazione dell'antica casa coinvolse anche la parte superiore dell'edificio. Secondo la ricostruzione del Parco, la copertura dell'atrio fu modificata attraverso un lucernaio e la superficie superiore venne utilizzata come terrazza sulla quale mettere ad asciugare i tessuti.
Una terrazza aperta offriva luce, aria e spazio sufficienti per distendere le stoffe dopo il lavaggio. Altre attività di finitura potevano svolgersi nello stesso settore superiore.
La soluzione consentiva così di sfruttare verticalmente una proprietà urbana nella quale lo spazio disponibile al piano terreno era limitato.
Casa e officina nello stesso edificio
La cucina, la latrina e alcuni ambienti con oggetti legati alla vita quotidiana hanno portato gli archeologi a riconsiderare l'idea di una completa trasformazione della casa in fabbrica.
L'analisi dei reperti suggerisce che nell'edificio continuasse a vivere un nucleo domestico, probabilmente insieme a persone coinvolte nell'attività produttiva. Sono stati individuati anche oggetti riferibili alla presenza di donne, elemento che rende difficile immaginare il complesso semplicemente come dormitorio di una squadra di operai.
Non sappiamo con precisione quale fosse la composizione del gruppo residente. La casa poteva ospitare una famiglia, lavoratori, servi e schiavi in proporzioni che non siamo più in grado di stabilire.
Il lavoro servile
La guida ufficiale del Parco sottolinea il ruolo degli schiavi nel duro lavoro della fullonica. La manodopera servile era certamente una componente fondamentale dell'economia romana e attività fisicamente pesanti come la follatura potevano essere affidate a persone in condizione servile.
Per questa specifica officina, tuttavia, i reperti suggeriscono una realtà domestica e lavorativa più articolata. Non è possibile identificare lo status giuridico di ciascuna persona che lavorava nelle vasche.
È quindi corretto ricordare il ruolo della schiavitù senza immaginare automaticamente che ogni addetto presente nella Fullonica di Stephanus fosse uno schiavo.
Un'attività inserita nella città
La Fullonica di Stephanus dimostra quanto produzione e vita urbana fossero strettamente integrate. L'officina non si trovava in una zona industriale separata dalle abitazioni, ma direttamente sulla Via dell'Abbondanza, accanto a case, botteghe e altre attività.
Odori, rumore, arrivo dei clienti e trasporto dei tessuti facevano quindi parte dell'esperienza quotidiana del quartiere.
La città romana non conosceva la netta separazione moderna tra aree residenziali e produttive: lavoro, commercio e abitazione potevano convivere sulla stessa strada e persino all'interno dello stesso edificio.
L'importanza dell'attività tessile
La lavorazione dei tessuti occupava una posizione importante nell'economia pompeiana. Prima di essere indossata o venduta, la stoffa richiedeva numerose operazioni che coinvolgevano filatura, tessitura, tintura, lavaggio e rifinitura.
I fullones intervenivano in una delle fasi decisive di questo processo. I loro servizi erano necessari sia per i tessuti nuovi sia per mantenere in buone condizioni gli indumenti già utilizzati.
La posizione e l'organizzazione della Fullonica di Stephanus mostrano che non si trattava di un'attività marginale, ma di un servizio perfettamente inserito nel sistema economico della città.
Lo scheletro presso l'ingresso
Durante gli scavi venne rinvenuto presso l'ingresso lo scheletro di un uomo che portava con sé un gruzzolo di monete. Gli scavatori suggerirono che potesse trattarsi dello stesso Stephanus, sorpreso dall'eruzione mentre cercava di fuggire portando con sé gli incassi dell'attività.
È una ricostruzione divenuta celebre, ma non può essere dimostrata. Nessun elemento consente infatti di attribuire un nome allo scheletro.
È quindi preferibile ricordare separatamente i due dati archeologici: un uomo morì presso l'ingresso della fullonica con una quantità di denaro e Stephanus è il personaggio associato all'attività attraverso le iscrizioni. L'identificazione tra i due rimane soltanto un'ipotesi.
L'eruzione del 79 d.C.
Quando il Vesuvio eruttò, la Fullonica di Stephanus era una struttura attiva inserita nel tessuto economico della città. Vasche, strumenti e attrezzature erano ancora presenti e consentono oggi di ricostruire molte fasi della lavorazione.
Come nel resto di Pompei, la distruzione non fu provocata da una colata di lava che attraversò la città. Pompei venne progressivamente sepolta dalla caduta di pomici e dai depositi delle successive correnti piroclastiche.
L'improvvisa interruzione dell'attività ha permesso di conservare un insieme di strutture produttive che in condizioni normali sarebbe stato continuamente modificato, riparato o sostituito.
Gli scavi del 1912-1913
La Fullonica di Stephanus fu riportata alla luce tra il 1912 e il 1913, durante gli scavi diretti da Vittorio Spinazzola lungo la Via dell'Abbondanza.
L'eccezionale stato di conservazione rese immediatamente evidente l'importanza dell'edificio. Vasche, postazioni per i fullones, strumenti e decorazioni consentivano di ricostruire un'attività conosciuta anche attraverso le fonti scritte e figurative.
Le dettagliate registrazioni degli oggetti rinvenuti durante gli scavi sono diventate successivamente fondamentali per riconsiderare anche la parte domestica del complesso.
Il restauro
La fullonica è stata interessata da importanti interventi nell'ambito del Grande Progetto Pompei. I lavori hanno riguardato strutture architettoniche, pitture e pavimenti, con particolare attenzione agli apparati decorativi conservati nell'antica casa.
Il restauro ha avuto un'importanza particolare perché in questo edificio materiali molto differenti convivono nello stesso spazio: murature, vasche idrauliche, pavimenti, intonaci dipinti e strutture che devono resistere alla continua esposizione agli agenti atmosferici.
Il recupero ha permesso di restituire leggibilità a uno dei complessi produttivi più significativi dell'area archeologica.
Una casa nella quale si viveva e si lavorava
La Fullonica di Stephanus I-6, 7 è particolarmente preziosa perché supera la semplice distinzione tra “casa” e “officina”. L'edificio nacque come abitazione e continuò a conservare una componente domestica anche quando una parte consistente dei suoi spazi venne destinata al trattamento dei tessuti.
Nella zona anteriore si trovavano il rapporto con la strada e alcune operazioni di finitura; nell'atrio rimanevano le decorazioni della casa; nella parte posteriore cinque postazioni di lavoro e tre vasche costituivano il nucleo della fullonica; la cucina e gli altri ambienti testimoniano la presenza quotidiana delle persone che vivevano e lavoravano nello stesso complesso.
È proprio questa sovrapposizione tra economia, lavoro, abitazione e vita quotidiana a rendere la Fullonica di Stephanus una delle testimonianze più importanti per comprendere la società pompeiana.
