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In occasione della Domenica al Museo del 1° novembre 2026 e della festività del 4 novembre 2026, Festa dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate, i siti archeologici del Parco (Pompei, Villa di Oplontis, Museo Archeologico di Stabia Libero D'Orsi, Villa Regina e Antiquarium di Boscoreale, Ville di Stabiae) saranno aperti al pubblico con ingresso gratuito.

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Piccolo pendente a forma di calzare alato, con tracce di terreno, rinvenuto durante lo scavo di un armadio nella Regio IX di Pompei.
Pompei, Regio IX. Particolare di un pendente a forma di calzare alato appartenente al gruppo di amuleti (crepundia) rinvenuti nella Casa di Cornelius Maximus. Crediti fotografici: Parco Archeologico di Pompei

Un piccolo sacchetto di stoffa contenente una collana di amuleti, alcune monete custodite in un cestino e diversi oggetti utilizzati per la cura personale sono tornati alla luce a Pompei, restituendo frammenti della vita quotidiana di una persona vissuta quasi duemila anni fa. La scoperta è avvenuta nella Regio IX, all’interno di una casa affacciata su Via dell’Abbondanza, dove gli archeologi hanno individuato i resti di un grande armadio in legno, distrutto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ma ancora ricostruibile grazie alle impronte conservate nei depositi vulcanici.

Il mobile custodiva oggetti molto diversi tra loro: recipienti domestici, strumenti per la cosmesi, pesi che potrebbero essere stati utilizzati in un’attività commerciale e una piccola riserva di denaro. Il ritrovamento più suggestivo riguarda però ventiquattro minuscoli amuleti, probabilmente appartenuti a una persona che li aveva ricevuti durante l’infanzia e aveva continuato a conservarli anche negli anni successivi, forse per il valore affettivo che avevano assunto nel corso della sua vita.

La scoperta, annunciata il 29 ottobre 2026 dal Parco Archeologico di Pompei, è illustrata nel nuovo numero dell’E-Journal degli Scavi di Pompei, uno studio scientifico che permette di approfondire non soltanto il contenuto dell’armadio, ma anche la storia della casa, le trasformazioni dei suoi ambienti e le circostanze che portarono alla conservazione di questi oggetti. Ne emerge un quadro particolarmente interessante della società pompeiana, nel quale le attività domestiche, il lavoro e i ricordi personali si intrecciano all’interno dello stesso spazio abitativo.

La scoperta nella Casa di Cornelius Maximus

L’armadio è stato rinvenuto nell’edificio identificato con il numero IX 11, 7, tradizionalmente conosciuto come Casa di Cornelius Maximus. Il nome deriva da alcune iscrizioni individuate durante gli scavi della facciata, effettuati nel 1912, ma gli archeologi sottolineano che l’attribuzione a questo personaggio rimane incerta, anche perché le iscrizioni che avevano suggerito tale identificazione non sono più visibili.

Le nuove indagini sono state condotte nell’ambito degli interventi di messa in sicurezza e restauro dell’area confinante con l’Insula dei Casti Amanti, il grande complesso archeologico della Regio IX interessato negli ultimi anni da importanti lavori di scavo e valorizzazione. L’esigenza di sistemare il fronte di scavo e migliorare le condizioni di sicurezza ha offerto l’opportunità di esplorare alcuni ambienti retrostanti la facciata, rimasti fino a quel momento soltanto parzialmente conosciuti.

Gli archeologi hanno così potuto riconoscere una serie di stanze appartenenti a un edificio che nel corso del tempo aveva subito modifiche nella distribuzione degli spazi e nella loro destinazione d’uso. Alcuni ambienti sembrano essere stati riservati alle attività domestiche e di servizio, mentre altri conservavano decorazioni più elaborate, compatibili con una funzione residenziale. La conoscenza della casa rimane tuttavia incompleta, poiché le indagini hanno interessato soltanto una parte dell’edificio e non consentono ancora di ricostruirne integralmente l’organizzazione.

Proprio in una delle stanze, interpretata dagli studiosi come un possibile triclinio, è emerso il grande armadio che costituisce il ritrovamento più importante di questa fase delle ricerche.

Un armadio scomparso che ha lasciato la propria impronta

L’armadio non si è conservato come un mobile di legno integro, ma la sua struttura è risultata ricostruibile attraverso le impronte lasciate nel materiale vulcanico e le tracce individuate durante lo scavo. Si trattava di un arredo di notevoli dimensioni, sistemato nell’angolo sud-orientale della stanza e articolato in due parti disposte ad angolo, ciascuna lunga circa due metri, con profondità differenti.

Le osservazioni degli archeologi hanno permesso di riconoscere le assi che formavano le pareti esterne, le tavole della base e la presenza di ripiani interni sui quali erano distribuiti i recipienti e gli altri oggetti. La struttura era sostenuta e stabilizzata anche mediante elementi in ferro, mentre la disposizione dei materiali recuperati ha fornito ulteriori indicazioni sull’organizzazione dello spazio destinato alla conservazione.

Durante l’eruzione del 79 d.C., il crollo del tetto colpì la parte superiore dell’armadio, provocando il cedimento di alcune scaffalature e la caduta degli oggetti che vi erano sistemati. Il successivo ingresso del flusso piroclastico nella stanza contribuì a inglobare i materiali e a conservarne le tracce, permettendo agli archeologi di ricostruire, almeno in parte, la sequenza degli eventi che determinarono la distruzione del mobile.

L’interpretazione del ritrovamento è stata resa più complessa dalla presenza di cunicoli scavati in epoche successive all’eruzione, che hanno disturbato parte dei depositi e modificato la posizione originaria di alcuni reperti. Gli studiosi hanno quindi dovuto distinguere gli oggetti rimasti al loro posto da quelli caduti durante il crollo o spostati dalle esplorazioni successive, ricostruendo con particolare attenzione i rapporti tra i materiali e le strutture dell’ambiente.

Il risultato è un esempio significativo di come lo scavo archeologico possa restituire informazioni anche su elementi ormai scomparsi, consentendo di ricostruire non soltanto la forma di un mobile, ma persino il modo in cui erano organizzati gli oggetti conservati al suo interno.

Gli oggetti della vita quotidiana: profumi, cosmetici e recipienti

Il contenuto dell’armadio offre uno spaccato delle attività che si svolgevano all’interno della casa, mostrando come uno stesso mobile potesse essere utilizzato per custodire strumenti personali, recipienti domestici e altri beni di uso quotidiano.

Tra gli oggetti legati alla cura del corpo sono stati identificati una pinzetta in bronzo, un piccolo balsamario in vetro e una lastrina di ardesia chiamata coticula, utilizzabile per preparare o mescolare pigmenti e altre sostanze. A questi si aggiungono alcune spatole in osso lavorato, una delle quali presenta un’estremità decorata a forma di dito. Si tratta di strumenti che potevano essere impiegati nelle pratiche cosmetiche, ma che in alcuni casi trovavano applicazione anche nella preparazione di sostanze medicinali.

La presenza di questi materiali suggerisce un legame con il cosiddetto mundus muliebris, l’insieme degli oggetti tradizionalmente associati alla cura personale femminile nel mondo romano. Non costituisce tuttavia una prova sufficiente per attribuire l’intero contenuto dell’armadio a una donna, poiché gli ambienti domestici potevano essere condivisi da più persone e gli stessi oggetti potevano avere funzioni differenti.

Accanto agli strumenti per la cosmesi sono stati recuperati un bruciaprofumi, una lucerna in bronzo e numerosi recipienti di ceramica, vetro e metallo, destinati alla preparazione, al servizio o alla conservazione di alimenti e altre sostanze. Tra i reperti più interessanti figura un piccolo boccale decorato con un motivo a scaglie di pigna, un oggetto raffinato che si distingue dal normale vasellame domestico e che, come altri materiali conservati nell’armadio, potrebbe aver avuto anche un particolare significato personale.

L’insieme restituisce l’immagine di una casa nella quale gli oggetti di uso comune convivevano con manufatti di una certa qualità, senza che sia possibile stabilire se tutti appartenessero alla medesima persona. È proprio questa varietà a rendere il ritrovamento significativo, perché permette di osservare aspetti diversi della quotidianità pompeiana attraverso materiali che normalmente non trovano spazio nei racconti dedicati ai grandi monumenti della città.

I crepundia: ventiquattro piccoli amuleti legati all’infanzia

Il ritrovamento più suggestivo è costituito da ventiquattro minuscoli oggetti realizzati in materiali differenti, tra cui faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. Tutti presentano fori che permettevano di sospenderli e sono probabilmente riconducibili a una collana o a un ornamento composto da più pendenti, ciascuno caratterizzato da una forma e da un possibile significato simbolico.

Tra le piccole figure gli archeologi hanno riconosciuto rappresentazioni di divinità, come Bes e Mercurio, parti del corpo umano, tra cui mani e piedi, elementi vegetali come pigne e grappoli, oltre a vaghi di collana e a un astragalo, un piccolo osso animale. Particolarmente interessante è anche un pendente a forma di calzare alato, documentato nelle fotografie pubblicate nello studio scientifico.

Questi oggetti appartengono alla categoria dei cosiddetti crepundia, termine derivato dal verbo latino crepare, che significa produrre un suono o risuonare. Nel mondo romano erano associati soprattutto all’infanzia e potevano essere utilizzati come ornamenti, piccoli oggetti sonori e amuleti destinati a proteggere i bambini. La loro funzione non era quindi esclusivamente ludica, poiché alle figure delle divinità e agli altri simboli veniva attribuito anche un valore protettivo, legato alle credenze religiose e alle pratiche della vita quotidiana.

L’aspetto più interessante della scoperta riguarda tuttavia il modo in cui questi oggetti erano stati conservati. I pendenti si trovavano originariamente all’interno di un piccolo sacchetto di stoffa, riposto su uno dei ripiani dell’armadio, che durante il crollo della struttura scivolò verso l’interno del mobile e si lacerò, disperdendo il suo contenuto tra i materiali trascinati dal flusso piroclastico.

Gli archeologi sono riusciti a individuare anche tracce del tessuto, successivamente esaminate nei laboratori del Parco mediante osservazioni al microscopio. Le prime analisi hanno permesso di riconoscere una trama regolare, caratterizzata da elementi distanziati di circa un millimetro, offrendo un’ulteriore testimonianza della conservazione di materiali organici normalmente destinati a scomparire.

La presenza dei crepundia in un armadio domestico suggerisce che questi piccoli amuleti potessero essere conservati anche dopo l’infanzia, quando avevano ormai perso la loro funzione originaria. Per chi li possedeva potevano rappresentare ricordi personali, legati ai primi anni di vita, alle persone da cui erano stati ricevuti o a luoghi dai quali ci si era successivamente allontanati.

Questa interpretazione acquista particolare significato se consideriamo la mobilità geografica e sociale che caratterizzava il mondo romano, nel quale schiavi, liberti, commercianti e altri individui potevano trascorrere gran parte della propria esistenza lontano dalla famiglia e dai luoghi d’origine. In simili circostanze, anche un oggetto di modesto valore materiale poteva diventare una testimonianza importante della propria storia personale.

I ricordi d’infanzia nel mondo romano: il confronto con Plauto e altri ritrovamenti

Lo studio pubblicato nell’E-Journal approfondisce il significato dei crepundia anche attraverso il confronto con la letteratura latina, nella quale questi piccoli oggetti compaiono talvolta come strumenti capaci di conservare e rivelare l’identità di una persona.

Un esempio particolarmente interessante si trova nella commedia Rudens di Plauto, dove alcuni oggetti custoditi fin dall’infanzia permettono di riconoscere l’identità della giovane Palestra e di ricostruirne i legami familiari. Il riconoscimento avviene attraverso elementi materiali che costituiscono una testimonianza del passato, dimostrando come nella rappresentazione letteraria romana i piccoli oggetti personali potessero assumere un valore strettamente legato alla memoria e all’identità.

Naturalmente non sarebbe corretto considerare una commedia come prova diretta di un’abitudine universalmente diffusa, ma il confronto con i ritrovamenti archeologici permette di comprendere meglio il significato attribuito a determinati oggetti nella società antica.

A Pompei, infatti, sono documentate scoperte che presentano elementi di somiglianza con quella della Regio IX. Nella Casa di Helvius Severus furono rinvenuti amuleti e pendenti conservati all’interno di un armadio, tra cui rappresentazioni di divinità e altri piccoli ornamenti, mentre nella Casa del Giardino è stata individuata una cassa lignea contenente numerosi oggetti preziosi e amuleti realizzati in materiali differenti.

Un ulteriore confronto proviene dalla Necropoli di Porta Nocera, dove alcuni pendenti furono deposti nel corredo funerario di una donna adulta. Il ritrovamento dimostra come oggetti associati all’infanzia potessero essere conservati anche nelle fasi successive della vita, fino ad accompagnare una persona nella sepoltura.

Queste testimonianze permettono di attribuire ai ventiquattro amuleti dell’armadio pompeiano un possibile significato che va oltre quello religioso o ornamentale. Non sappiamo chi li avesse ricevuti, né per quanto tempo fossero stati custoditi, ma la loro presenza all’interno di un sacchetto riposto con cura suggerisce che avessero conservato un valore particolare per qualcuno degli abitanti della casa.

Trentotto monete e otto pesi: una possibile attività commerciale

Accanto agli oggetti personali, l’armadio conservava anche una piccola riserva di denaro, costituita da trentotto monete di bronzo raccolte all’interno di un contenitore realizzato con fibre vegetali intrecciate. Del cestino è rimasta soltanto una parte del fondo, ma il recupero dei frammenti organici e le successive analisi di laboratorio hanno permesso di riconoscere alcuni elementi della sua struttura e della tecnica di lavorazione.

Il materiale vegetale potrebbe essere riconducibile allo sparto, una fibra utilizzata nell’antichità per la produzione di contenitori e altri manufatti intrecciati, mentre la tecnica sembra compatibile con quella definita a canniccio. Si tratta di identificazioni ancora prudenti, basate sulle caratteristiche dei frammenti conservati e sul confronto con manufatti analoghi provenienti dall’area vesuviana.

Particolarmente interessanti sono i risultati dello studio numismatico, che ha permesso di riconoscere, oltre a due monete più antiche e molto consumate, un gruppo di esemplari coniati durante il principato di Nerone. La maggior parte appartiene a emissioni comprese tra il 64 e il 67 d.C., con una concentrazione particolarmente significativa nel 65 d.C., anno al quale risultano databili ventuno monete.

Il deposito comprendeva sesterzi, dupondi e assi e potrebbe essere interpretato come una piccola riserva monetaria destinata alle spese quotidiane, piuttosto che come un tesoro accumulato per lungo tempo. La sua presenza nell’armadio suggerisce l’abitudine di conservare una certa quantità di denaro all’interno della casa, in un contenitore facilmente accessibile quando necessario.

Un altro elemento interessante è costituito da una piccola cassetta lignea, della quale restano soltanto tracce frammentarie, contenente otto pesi in piombo, sei dei quali dotati di elementi in ferro. I pesi presentano dimensioni e valori differenti e potrebbero essere stati utilizzati non soltanto per necessità domestiche, ma anche nell’ambito di un’attività professionale o commerciale.

La loro presenza assume particolare interesse se considerata insieme alla posizione della casa, affacciata su Via dell’Abbondanza, e alle trasformazioni che interessarono alcuni ambienti dell’edificio. Gli archeologi hanno infatti individuato indizi di cambiamenti nella destinazione d’uso di parte degli spazi, alcuni dei quali sembrano essere stati adattati a funzioni commerciali.

Non è però possibile stabilire quale attività venisse eventualmente svolta dagli abitanti, né se gli strumenti per la pesatura e il deposito monetario appartenessero alla stessa persona che custodiva gli amuleti e gli oggetti per la cura del corpo. L’insieme dei reperti offre comunque un’immagine interessante della possibile convivenza tra attività domestiche ed economiche all’interno di una stessa abitazione pompeiana.

Una casa decorata con pavoni, delfini e figure di animali

Le indagini hanno restituito anche nuove informazioni sulla decorazione e sulle trasformazioni architettoniche della casa, che conserva testimonianze di diverse fasi della sua lunga storia.

La stanza in cui si trovava l’armadio presentava pitture parietali di IV stile, caratterizzate da ampi pannelli a fondo giallo, cornici decorative e raffigurazioni di animali e motivi vegetali. Tra gli elementi riconosciuti figurano pavoni, delfini, uccelli in volo, pantere rampanti e composizioni ornamentali, distribuiti secondo uno schema pittorico articolato ma riconducibile a un repertorio abbastanza standardizzato.

Gli studiosi hanno attribuito queste decorazioni alla bottega dei pittori di Via di Castricio, un’officina attiva a Pompei e riconoscibile attraverso particolari caratteristiche stilistiche e compositive, riscontrabili anche in altre abitazioni della città.

Le ricerche hanno inoltre permesso di individuare tracce di decorazioni più antiche appartenenti al Primo Stile e pavimenti che testimoniano fasi edilizie risalenti almeno al II secolo a.C. La casa aveva quindi attraversato numerose trasformazioni, con ambienti modificati, suddivisi o adattati a nuove esigenze nel corso dei secoli.

Le pitture suggeriscono che gli abitanti avessero investito nella decorazione degli spazi domestici, ma gli archeologi invitano a non utilizzare questo elemento come prova sufficiente per determinarne la condizione economica o sociale. Anche una casa di dimensioni relativamente contenute poteva infatti presentare ambienti decorati con una certa raffinatezza, soprattutto se situata in una posizione importante della città.

Un altro aspetto significativo riguarda le condizioni dell’edificio al momento dell’eruzione. Le indagini hanno rivelato tracce di lavori edilizi e interventi di manutenzione ancora in corso, insieme a riparazioni delle coperture e delle strutture murarie che potrebbero essere collegate, almeno in parte, ai danni provocati dai terremoti che avevano interessato Pompei negli anni precedenti.

L’abitazione si presentava quindi come un edificio ancora in trasformazione, nel quale le esigenze quotidiane convivevano con lavori di sistemazione e adattamento degli spazi. La scoperta contribuisce a restituire l’immagine di una città nella quale, fino agli ultimi momenti della sua esistenza, continuavano normalmente le attività di costruzione, manutenzione e rinnovamento delle abitazioni.

Due piccoli topi nascosti in un’anfora

Tra i risultati più curiosi dello scavo figura anche il ritrovamento dei resti di almeno due piccoli roditori, individuati sul fondo di un’anfora conservata insieme ad altri recipienti su un soppalco di una stanza vicina a quella dell’armadio.

Il contenitore apparteneva a una tipologia di anfore olearie provenienti dall’Africa settentrionale e, durante le analisi condotte nei laboratori del Parco, ha restituito 117 minuscoli frammenti ossei che gli studiosi hanno potuto esaminare per determinarne l’appartenenza zoologica.

Le caratteristiche anatomiche hanno consentito di attribuire i resti al genere Apodemus, con una probabile identificazione nella specie Apodemus sylvaticus, comunemente conosciuta come topo selvatico. Le osservazioni sul grado di sviluppo degli elementi scheletrici suggeriscono inoltre che entrambi gli animali non avessero ancora raggiunto la completa maturità.

Non è possibile stabilire con certezza come siano penetrati nell’anfora o quali circostanze abbiano provocato la loro morte, anche se gli studiosi considerano plausibile che vi siano entrati accidentalmente oppure attirati dalla presenza di residui organici.

Il ritrovamento offre uno spaccato concreto della vita domestica, ricordandoci che anche le abitazioni decorate con pitture raffinate e dotate di oggetti di pregio dovevano confrontarsi con problemi quotidiani legati alla conservazione degli alimenti e alla presenza di piccoli animali. Reperti analoghi sono stati documentati anche in altri contesti vesuviani, tra cui gli ambienti servili della villa di Civita Giuliana e i sistemi fognari di Ercolano, contribuendo alla conoscenza delle condizioni ambientali e delle relazioni tra uomini e animali nelle città antiche.

Il mistero degli abitanti: che cosa accadde durante l’eruzione?

Il contenuto dell’armadio solleva infine una domanda alla quale gli archeologi non possono ancora fornire una risposta: che cosa accadde alle persone che vivevano nella casa e perché nessuno recuperò gli oggetti rimasti al suo interno?

Le monete erano ancora conservate nel loro cestino, gli amuleti erano rimasti nel sacchetto di stoffa e numerosi recipienti e strumenti personali si trovavano negli ambienti dell’abitazione. La presenza di beni che potevano avere un valore economico o affettivo suggerisce che gli occupanti non siano riusciti a metterli in salvo prima della distruzione dell’edificio.

È possibile che abbiano tentato di fuggire durante l’eruzione e che, pur riuscendo a sopravvivere, non siano più tornati a recuperare ciò che avevano lasciato. Non si può però escludere che siano morti durante la catastrofe, come accadde a molti altri abitanti della città.

Anche l’identità della persona che custodiva i piccoli amuleti rimane sconosciuta. La presenza degli strumenti per la cosmesi potrebbe suggerire una figura femminile, ma non permette di stabilire con certezza se il mobile appartenesse a una donna, né se tutti gli oggetti fossero utilizzati dalla medesima persona.

Il titolo scelto dal Parco Archeologico per annunciare la scoperta, “L’armadio di una donna che non tornò più”, restituisce efficacemente il carattere umano del ritrovamento, evocando una storia personale interrotta dall’eruzione. Si tratta tuttavia di una possibile ricostruzione narrativa, mentre le evidenze archeologiche lasciano ancora aperte diverse interpretazioni sul destino degli abitanti.

Pompei e la memoria delle persone comuni

La scoperta dell’armadio della Regio IX dimostra quanto possano raccontare anche gli oggetti più semplici, soprattutto quando vengono studiati nel contesto in cui sono stati ritrovati e messi in relazione con le abitudini, le credenze e le condizioni di vita della società antica.

Se le grandi pitture e gli edifici monumentali documentano soprattutto l’arte, l’architettura e il prestigio sociale della città romana, i piccoli reperti conservati nelle abitazioni permettono di avvicinarsi a una dimensione più personale del passato, fatta di gesti quotidiani, necessità pratiche e legami affettivi.

Un recipiente per i profumi, una riserva di monete destinata forse alle spese di ogni giorno o un sacchetto con gli amuleti ricevuti durante l’infanzia possono raccontare aspetti dell’esistenza che raramente trovano spazio nelle testimonianze scritte, ma che dovevano avere un’importanza fondamentale per le persone che li utilizzavano.

È proprio questo il valore particolare del ritrovamento. Non conosciamo il nome della persona che conservò quei ventiquattro piccoli pendenti, né sappiamo quali ricordi fossero legati a ciascuno di essi, ma possiamo immaginare che qualcuno avesse scelto di custodirli perché continuavano ad avere un significato anche dopo molti anni.

L’eruzione del Vesuvio interruppe quella vita e disperse gli oggetti all’interno dell’armadio, lasciando che fossero i depositi vulcanici a conservarne le tracce. Quasi duemila anni dopo, il lavoro degli archeologi ha permesso di ricomporre almeno una parte di quella storia, restituendo alla memoria di Pompei non soltanto un nuovo ritrovamento, ma anche un piccolo frammento dell’esperienza umana dei suoi abitanti.


Fonti e approfondimenti

L'articolo è stato elaborato esclusivamente sulla base delle seguenti pubblicazioni del Parco Archeologico di Pompei:

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