Pompei permette di osservare non soltanto la vita delle famiglie più ricche e dei personaggi pubblici, ma anche quella di persone molto meno visibili nelle fonti antiche: schiavi, liberti, lavoratori e dipendenti. Le ricerche archeologiche più recenti stanno modificando profondamente la nostra conoscenza di questi gruppi, concentrandosi sugli ambienti di servizio, sulle botteghe, sui luoghi di produzione e sulle abitazioni più modeste, a lungo rimasti in secondo piano rispetto alle grandi domus decorate.
Non è possibile stabilire con precisione quale percentuale della popolazione pompeiana fosse costituita da schiavi. Non possediamo un censimento della città che permetta una simile quantificazione e, nella maggior parte dei casi, i resti archeologici non consentono di determinare con certezza lo status giuridico di una persona. La schiavitù era tuttavia profondamente radicata nella società romana e il lavoro servile era presente nelle abitazioni, nelle attività agricole, nelle botteghe, nei servizi e nei processi produttivi.
Anche l'origine delle persone ridotte in schiavitù poteva essere molto diversa. Guerre, commercio di esseri umani, nascita da madri schiave e altre forme di dipendenza alimentavano il sistema servile romano. Non è quindi corretto descrivere gli schiavi di Pompei come un gruppo omogeneo o sostenere, in assenza di dati specifici, che fossero prevalentemente stranieri.
Uno dei principali problemi nello studio della schiavitù è che le fonti letterarie antiche furono scritte quasi sempre da uomini liberi appartenenti ai ceti più elevati. Gli schiavi raramente parlano direttamente attraverso i testi. A Pompei, tuttavia, l'archeologia permette almeno in parte di compensare questo silenzio: letti, contenitori, utensili, graffiti, ambienti di servizio e tracce del lavoro consentono di ricostruire aspetti della vita quotidiana che le fonti scritte normalmente trascurano.
Le testimonianze più importanti emerse negli ultimi anni provengono dalla villa suburbana di Civita Giuliana, circa 700 metri a nord-ovest delle mura di Pompei. Gli scavi hanno messo in luce una grande proprietà con settori residenziali, stalle, ambienti produttivi e spazi destinati al personale servile.
Nel 2021 è stata scoperta una stanza di circa sedici metri quadrati che ha conservato, grazie ai vuoti lasciati dai materiali organici decomposti, gran parte dell'arredo originario. Attraverso la tecnica dei calchi è stato possibile ricostruire tre semplici letti, oltre ad anfore e pochi oggetti personali.
I letti erano strutture estremamente semplici in legno, con superfici di riposo realizzate tramite corde. Le loro diverse dimensioni hanno fatto ipotizzare che l'ambiente potesse essere occupato da tre persone di età o corporatura differenti, forse appartenenti allo stesso nucleo familiare. Il collegamento con la vicina stalla e con le attività della villa suggerisce che gli occupanti fossero coinvolti nel lavoro della proprietà.
Una seconda stanza servile, scavata successivamente, ha restituito un'organizzazione differente e nuovi dati sulle condizioni di vita delle persone che lavoravano nella villa. Contenitori conservati sotto i letti e perfino i resti di piccoli roditori rinvenuti all'interno di un'anfora permettono di ricostruire con eccezionale immediatezza un ambiente domestico che difficilmente avrebbe lasciato tracce nelle fonti letterarie.
Gli scavi di Civita Giuliana hanno inoltre restituito la cosiddetta Stanza del Carpentiere, dove i calchi hanno conservato l'impronta di letti, una cesta, corde, una sega a telaio e altri elementi legati all'attività lavorativa. Il luogo mostra chiaramente come spazio per dormire e spazio di lavoro potessero coincidere, soprattutto all'interno dei quartieri di servizio.
Questi rinvenimenti sono particolarmente preziosi perché gran parte degli arredi era realizzata con materiali deperibili. Senza la conservazione eccezionale prodotta dall'eruzione del 79 d.C., letti, corde, ceste e strumenti in legno sarebbero quasi completamente scomparsi.
Un'altra testimonianza particolarmente significativa proviene dalla Casa dei Vettii, una delle abitazioni più ricche di Pompei. I proprietari, Aulus Vettius Conviva e Aulus Vettius Restitutus, erano liberti che avevano raggiunto un notevole livello di ricchezza e prestigio.
Un graffito all'ingresso della casa menziona Eutychis, una schiava i cui servizi sessuali erano offerti per due assi. La documentazione ufficiale del Parco Archeologico la collega probabilmente sia alle mansioni domestiche sia allo sfruttamento sessuale. Una piccola stanza accessibile dalla cucina e decorata con scene erotiche è stata associata alla sua attività.
Il caso di Eutychis permette di ricordare un aspetto particolarmente duro della condizione servile. Le donne schiave potevano essere sottoposte non soltanto al lavoro domestico o produttivo, ma anche allo sfruttamento sessuale, poiché il padrone disponeva di un controllo molto ampio sulla loro persona.
Il contrasto con i proprietari della Casa dei Vettii è significativo: persone che avevano conosciuto la condizione servile ed erano successivamente diventate libere e ricche continuavano a vivere in una società fondata anche sul lavoro degli schiavi. La manomissione, cioè la liberazione dalla schiavitù, poteva trasformare radicalmente la condizione di un individuo senza mettere in discussione l'istituzione della schiavitù.
La possibilità di ottenere la libertà rappresentava infatti una caratteristica importante del sistema romano. Attraverso la manomissione uno schiavo poteva diventare liberto, pur mantenendo determinati legami e obblighi nei confronti dell'ex padrone, diventato il suo patrono.
Pompei conserva esempi eccezionali di liberti che raggiunsero una posizione sociale considerevole. Uno dei casi meglio documentati è Marcus Venerius Secundio, la cui tomba è stata scoperta nella necropoli di Porta Sarno.
La sua iscrizione funeraria ricostruisce una notevole traiettoria sociale. Marcus Venerius era stato uno schiavo pubblico della colonia. Prima della liberazione aveva svolto il ruolo di minister degli Augustali ed era legato al culto di Venere. Dopo la manomissione divenne egli stesso Augustale, raggiungendo una posizione di prestigio all'interno della comunità.
L'iscrizione ricorda inoltre che finanziò personalmente spettacoli in greco e latino della durata di quattro giorni. Il suo caso dimostra come alcuni ex schiavi potessero accumulare ricchezza e ottenere visibilità pubblica, religiosa e culturale.
Non bisogna però considerare questa carriera rappresentativa di tutti i liberti. Le iscrizioni e i monumenti rendono molto più facilmente visibili gli individui che raggiunsero successo e prosperità, mentre sappiamo molto meno dei numerosi ex schiavi che continuarono a vivere in condizioni economiche modeste.
Un altro contesto fondamentale è la casa con panificio di Aulus Rustius Verus, IX 10,1, indagata recentemente nell'ambito degli scavi della Regio IX. L'edificio non deve essere identificato semplicemente come “Casa del Larario”: l'E-Journal documenta una residenza nella quale una parte abitativa decorata con raffinati affreschi di IV stile conviveva con un vasto settore destinato alla produzione del pane.
L'organizzazione degli spazi mostra quanto strettamente attività domestica e produzione potessero integrarsi. Il settore del panificio era collegato alla casa e la circolazione degli uomini e degli animali addetti alle macine era condizionata dall'architettura stessa dell'edificio.
Le macine conservano tracce materiali di un lavoro ripetitivo e faticoso. I solchi presenti sul pavimento testimoniano il continuo movimento intorno agli impianti di macinazione e rendono visibile la dimensione fisica della produzione.
Non possiamo però sostenere che tutti i lavoratori dei panifici pompeiani fossero schiavi. Nelle attività produttive romane potevano operare schiavi, liberti e lavoratori liberi, talvolta nello stesso ambiente. L'archeologia ci permette quindi di ricostruire le condizioni di lavoro molto più facilmente dello status giuridico delle singole persone.
La stessa prudenza deve essere utilizzata quando vengono trovate vittime all'interno di ambienti produttivi. Nella casa IX 10,1 furono rinvenute tre persone in uno degli ambienti, dimostrando che l'edificio era ancora abitato mentre erano in corso lavori di ristrutturazione. Non possiamo però dedurre automaticamente che fossero schiavi soltanto perché si trovavano vicino al panificio.
Questo problema metodologico è importante: povertà, lavoro manuale, dipendenza e schiavitù non sono sinonimi. Un ambiente modesto o una professione faticosa non bastano da soli a stabilire la condizione giuridica di chi vi abitava o lavorava.
Anche i graffiti possono offrire testimonianze sulla popolazione meno visibile. Le migliaia di scritte conservate sui muri di Pompei contengono nomi, saluti, insulti, dichiarazioni amorose, riferimenti economici e politici. Alcune furono certamente prodotte da persone appartenenti agli strati inferiori della società, ma raramente è possibile stabilire con certezza se chi scriveva fosse schiavo, liberto o libero.
Per questo gli studi più recenti tendono a considerare le iscrizioni insieme al loro contesto archeologico. Un nome inciso su una parete assume un significato maggiore quando può essere messo in relazione con una bottega, un'officina, un quartiere servile o un ambiente domestico.
Le nuove ricerche stanno modificando anche la nostra visione delle abitazioni pompeiane. Lo studio delle cosiddette “case senza atrio” nell'Insula dei Casti Amanti dimostra che la città comprendeva una varietà di modelli abitativi molto maggiore rispetto all'immagine tradizionale della grande casa ad atrio.
Solo una parte delle unità abitative conosciute disponeva infatti di un atrio vero e proprio. Molte erano piccole botteghe con retrobottega, appartamenti di pochi vani, ambienti produttivi con spazi abitativi e locali dotati di soppalchi.
Non è però corretto attribuire automaticamente queste abitazioni a liberti o commercianti. L'architettura da sola non permette di stabilire lo status giuridico degli abitanti. Queste case dimostrano piuttosto la complessità economica e sociale della popolazione pompeiana.
Anche l'infanzia poteva essere condizionata dalla schiavitù. Un bambino poteva nascere in condizione servile e crescere all'interno di una casa, di una bottega o di una proprietà agricola. Tuttavia, senza iscrizioni o contesti eccezionali, è estremamente difficile riconoscere archeologicamente lo status di un bambino.
I disegni a carboncino realizzati da bambini nella Casa del Secondo Cenacolo Colonnato, nell'Insula dei Casti Amanti, mostrano invece un contesto sociale apparentemente lontano dall'ambiente privilegiato dei grandi proprietari. Lo studio dell'E-Journal sottolinea l'atmosfera precaria degli ambienti nei quali furono realizzati i disegni.
Ciò non significa che quei bambini fossero necessariamente schiavi. La scoperta è importante perché documenta un'infanzia vissuta in un ambiente di lavoro e di risorse limitate, molto diverso da quello dei bambini delle famiglie più ricche, che potevano essere affidati a balie, pedagoghi e personale domestico.
Anche il rapporto fra schiavitù e religione deve essere descritto con cautela. In passato alcuni culti, come quello di Iside, sono stati presentati soprattutto come religioni di schiavi e liberti. Le evidenze pompeiane indicano invece una partecipazione socialmente più complessa e non consentono di ridurre il culto a una sola categoria della popolazione.
I liberti potevano comunque utilizzare alcune istituzioni religiose come forma di partecipazione pubblica. Gli Augustali, legati al culto imperiale, offrivano soprattutto ai liberti benestanti una possibilità di visibilità e prestigio che le principali magistrature municipali, normalmente precluse agli ex schiavi, non potevano garantire. La carriera di Marcus Venerius Secundio ne costituisce un esempio diretto.
Per molto tempo gli scavi di Pompei hanno privilegiato architetture monumentali, mosaici, affreschi e grandi domus. Gli ambienti di lavoro e le abitazioni modeste lasciavano reperti meno spettacolari ed erano quindi più difficili da interpretare.
Le nuove ricerche stanno progressivamente correggendo questo squilibrio. Civita Giuliana è particolarmente importante perché ha conservato interi complessi di oggetti semplici e poco costosi nei loro contesti originari. Letti, recipienti, corde, strumenti e ambienti di servizio permettono oggi di studiare gruppi sociali raramente rappresentati dalle fonti tradizionali.
La società pompeiana non può quindi essere ricostruita attraverso una semplice contrapposizione fra padroni e schiavi. Una stessa casa poteva comprendere proprietari, schiavi, liberti, lavoratori liberi, dipendenti e familiari con condizioni giuridiche ed economiche molto differenti.
La manomissione rendeva queste relazioni ancora più complesse. Un individuo poteva passare dalla schiavitù alla libertà continuando a mantenere rapporti economici e sociali con il precedente padrone. I figli dei liberti potevano inoltre accedere a possibilità di integrazione sociale che erano state precluse ai loro genitori.
La schiavitù a Pompei deve quindi essere considerata sia come istituzione giuridica sia come sistema di lavoro, dipendenza e controllo. Condizionava l'organizzazione delle case e delle attività produttive e poteva limitare drasticamente la libertà personale, il lavoro e, nel caso delle donne, anche il controllo sul proprio corpo.
Non possediamo però un censimento degli schiavi pompeiani e non possiamo ricostruire la biografia di ogni persona che viveva negli spazi più modesti della città. Espressioni come “maggioranza silenziosa” possono essere suggestive, ma non devono essere trasformate in dati demografici che l'archeologia non è in grado di dimostrare.
Le testimonianze più solide sono invece quelle provenienti da contesti precisi: i semplicissimi alloggi di Civita Giuliana, la vicenda di Eutychis nella Casa dei Vettii, gli ambienti produttivi della casa con panificio IX 10,1 e la straordinaria carriera dell'ex schiavo pubblico Marcus Venerius Secundio.
Questi ritrovamenti mostrano una Pompei sostenuta anche dal lavoro di persone che raramente compaiono nei grandi monumenti e nei testi ufficiali. Dietro la ricchezza delle case, delle botteghe e delle attività agricole esistevano individui la cui libertà di movimento, di lavoro e, in alcuni casi, di controllo sul proprio corpo era fortemente limitata.
Lo studio della schiavitù pompeiana è ancora in continua evoluzione. Ogni nuovo scavo di un quartiere servile, di un'officina o di una piccola abitazione può modificare la nostra interpretazione perché restituisce quella parte della società antica che l'archeologia monumentale aveva spesso lasciato ai margini.
Per questo alcune delle scoperte più importanti degli ultimi anni non sono nuovi affreschi o oggetti preziosi, ma letti, corde, utensili, contenitori e spazi di lavoro appartenuti a persone le cui vite raramente entrarono nella storia scritta.

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Parco Archeologico di Pompei, documentazione sulla villa suburbana di Civita Giuliana e sulla tomba di Marcus Venerius Secundio.