Tecniche di costruzione a Pompei: Un viaggio attraverso i secoli

Pompei costituisce uno dei luoghi più importanti per studiare l'evoluzione delle tecniche costruttive antiche. La città non fu costruita in un'unica fase: case, mura, templi, edifici pubblici e botteghe furono continuamente ampliati, ricostruiti e riparati nel corso di secoli. Nelle stesse murature possono quindi convivere materiali e tecniche appartenenti a periodi differenti.

Le fasi più antiche della città utilizzarono soprattutto materiali disponibili localmente. Tra questi figurava il pappamonte, una pietra vulcanica impiegata nelle prime fortificazioni, insieme a diversi tipi di lava e pietra provenienti dal territorio circostante.

Con lo sviluppo della città sannitica assunse grande importanza la cosiddetta pietra del Sarno, utilizzata anche in grandi blocchi squadrati. A questa si aggiunse successivamente il tufo grigio di Nocera, particolarmente adatto alla realizzazione di elementi architettonici, colonne, capitelli e strutture monumentali.

Le diverse fasi della cinta muraria permettono di osservare bene questa evoluzione. La Torre XI – Torre di Mercurio e cinta muraria conserva e documenta trasformazioni che vanno dalle più antiche difese della città fino ai grandi interventi di rafforzamento realizzati prima della guerra sociale.

L'opera quadrata, o opus quadratum, prevedeva l'utilizzo di grandi blocchi di pietra accuratamente lavorati e disposti in filari. Fu largamente impiegata nelle fortificazioni e negli edifici monumentali della Pompei preromana.

Un esempio particolarmente significativo della monumentalizzazione della città tra età sannitica ed ellenistica è il Foro Triangolare, dove strutture molto antiche furono progressivamente inserite in un complesso architettonico più ampio e scenografico.

Accanto alle grandi murature in blocchi si svilupparono tecniche basate su un nucleo interno formato da pietrame e malta. È in questo contesto che va interpretato l'opus caementicium, l'opera cementizia romana.

Il termine caementa indicava frammenti di pietra inglobati nella malta. Il nucleo interno poteva essere racchiuso tra paramenti costruiti secondo tecniche differenti. L'evoluzione di queste murature fu graduale e non è corretto immaginare che una tecnica sostituisse immediatamente la precedente in una data precisa.

Le ricerche archeologiche dimostrano infatti che a Pompei tecniche diverse potevano essere utilizzate contemporaneamente, secondo il periodo, il tipo di edificio, la disponibilità dei materiali e le esigenze del cantiere.

Nell'opus incertum il paramento esterno era costituito da pietre di forma irregolare inserite nella malta, lasciando visibile una faccia relativamente piana. Questa tecnica fu ampiamente utilizzata a Pompei e compare sia nell'edilizia privata sia in strutture pubbliche e difensive.

Le torri costruite nel periodo immediatamente precedente alla conquista romana mostrano un uso importante dell'opera incerta. La Torre XII e cinta muraria, ad esempio, appartiene al grande rafforzamento delle fortificazioni effettuato agli inizi del I secolo a.C.

Nel corso del tempo i piccoli elementi di pietra utilizzati nel paramento diventarono più regolari. Si parla così di opus quasi reticulatum quando la disposizione tende già a formare un disegno diagonale, pur senza raggiungere la regolarità della vera opera reticolata.

Nell'opus reticulatum, invece, piccoli elementi lapidei con faccia quadrata venivano collocati diagonalmente formando il caratteristico disegno a rete. A Pompei questa tecnica appartiene soprattutto alle fasi più avanzate dell'edilizia tardorepubblicana e della prima età imperiale.

Non è però corretto affermare che l'opera reticolata sia semplicemente “arrivata con i Romani nell'80 a.C.”. Le trasformazioni edilizie della città furono progressive e il passaggio tra opera incerta, quasi reticolata e reticolata non coincide perfettamente con un singolo evento politico.

Un edificio particolarmente utile per osservare la lunga evoluzione dell'architettura domestica è la Casa del Fauno VI-12, 2. La grande abitazione, sviluppata soprattutto nel II secolo a.C., conserva elementi architettonici e decorativi appartenenti alla fase ellenistica della città e permette di comprendere il livello raggiunto dall'edilizia privata pompeiana prima della colonia romana.

Anche la Casa del Menandro I-10, 4 mostra una lunga storia di trasformazioni. Come molte grandi domus di Pompei, non fu costruita in un solo momento, ma modificata attraverso ampliamenti, rifacimenti e cambiamenti nella distribuzione degli ambienti.

I laterizi acquisirono progressivamente una maggiore importanza nell'edilizia romana. Mattoni, tegole tagliate e altri elementi ceramici potevano essere utilizzati per pilastri, stipiti, archi, volte e rinforzi degli angoli.

A Pompei il laterizio non deve essere però considerato semplicemente una tecnica che sostituì le murature in pietra. Molto spesso materiali differenti venivano combinati nello stesso edificio, specialmente durante ampliamenti e riparazioni.

Per questo motivo le murature pompeiane presentano numerosi esempi di tecniche miste. Paramenti in opera reticolata potevano essere associati a ricorsi o ammorsature in laterizio, mentre interventi successivi potevano essere facilmente riconoscibili per l'utilizzo di materiali differenti rispetto alla struttura originaria.

Il terremoto del 62 d.C. e gli altri eventi sismici che interessarono la città negli anni successivi provocarono un'intensa attività di riparazione e ricostruzione. Nel 79 d.C. Pompei era ancora caratterizzata dalla presenza di numerosi cantieri.

Non è però corretto dedurre da questa situazione un generale abbandono del centro cittadino. Le indagini recenti mostrano al contrario edifici ancora abitati e attività di costruzione e ristrutturazione pienamente operative al momento dell'eruzione.

Le scoperte più importanti in questo campo provengono oggi dalla Regio IX, Insula 10. Gli scavi hanno riportato alla luce un vero cantiere antico rimasto improvvisamente interrotto nel 79 d.C.

Nell'area sono stati rinvenuti materiali preparati per i lavori, tegole accatastate, blocchetti di tufo, mucchi di calce e pietre, oltre a strumenti utilizzati dagli operai.

Le ricerche sono collegate anche alla Casa con Panificio di Aulo Rustio Vero IX-10, 1, dove gli ambienti erano sottoposti a importanti lavori di ristrutturazione quando avvenne l'eruzione.

Il cantiere della Regio IX ha fornito informazioni particolarmente importanti sulla preparazione delle malte. Gli archeologi hanno trovato calce conservata e materiali destinati alla produzione del cementizio, insieme agli strumenti utilizzati nelle diverse fasi della costruzione.

L'indagine dell'E-Journal e i successivi studi scientifici hanno proposto che in alcuni casi i costruttori romani utilizzassero una tecnica oggi definita hot mixing, cioè una miscelazione effettuata impiegando calce viva insieme agli altri componenti prima dell'aggiunta dell'acqua.

Questa ipotesi è particolarmente interessante perché potrebbe contribuire a spiegare alcune caratteristiche del calcestruzzo romano, compresa la rapidità della presa e la straordinaria durata di determinate strutture. Le analisi sono però parte di un settore di ricerca ancora in evoluzione e non devono essere trasformate in una formula unica utilizzata in ogni cantiere romano.

Nel cantiere sono state individuate anche anfore riutilizzate per lavorare la calce e strumenti come pesi a piombo, utilizzati per controllare la verticalità delle murature. Questi reperti permettono di osservare direttamente il lavoro quotidiano degli artigiani.

Il ritrovamento è eccezionale perché normalmente gli strumenti, i materiali avanzati e le installazioni provvisorie di un cantiere vengono rimossi quando l'edificio è terminato. A Pompei l'eruzione ha invece congelato il lavoro mentre era ancora in corso.

Le nuove ricerche mostrano quindi che lo studio delle tecniche edilizie non deve limitarsi alla classificazione delle murature in opus quadratum, incertum o reticulatum. È necessario comprendere anche come venivano preparati i materiali, organizzati gli operai e gestite le diverse fasi del cantiere.

Il legno aveva anch'esso un ruolo fondamentale. Veniva utilizzato per tetti, solai, porte, scale, impalcature e strutture provvisorie. Poiché si tratta di un materiale deperibile, nella maggior parte dei casi non si è conservato direttamente, ma i vuoti lasciati nella cenere, i fori nelle murature e altri indizi archeologici permettono di ricostruirne l'impiego.

Le coperture erano generalmente realizzate con strutture lignee sulle quali venivano disposte tegole piane e coppi. Il ritrovamento di elementi ancora accatastati nei cantieri dimostra che questi materiali venivano prodotti, trasportati e conservati in attesa della posa.

Un ruolo fondamentale spettava anche agli intonaci. Le pareti in pietra e malta potevano essere ricoperte da più strati di preparazione destinati a creare una superficie liscia sulla quale veniva poi applicata la decorazione pittorica.

Nelle case più ricche la preparazione poteva essere particolarmente accurata, perché la qualità del supporto determinava anche la durata e l'aspetto finale degli affreschi.

La presenza simultanea di tante tecniche differenti rende Pompei particolarmente importante per la storia dell'architettura. Una singola parete può contenere la traccia di una costruzione originaria, di un ampliamento successivo e di una riparazione effettuata dopo un terremoto.

Per questo le murature costituiscono per gli archeologi un vero e proprio documento cronologico. Differenze nei materiali, nella malta e nella disposizione degli elementi permettono di riconoscere molte delle trasformazioni subite da un edificio.

I moderni progetti di ricerca utilizzano inoltre rilievi digitali, sistemi informativi e analisi dei materiali per registrare queste differenze. L'Atlante della Regio VII, pubblicato nell'E-Journal degli Scavi di Pompei, rappresenta un esempio di come la documentazione storica e le nuove tecnologie possano essere integrate per studiare l'architettura urbana.

Le tecniche di costruzione pompeiane non seguirono quindi una progressione semplice nella quale una tecnica sostituiva definitivamente la precedente. La città mostra piuttosto una continua sovrapposizione di tradizioni, materiali e innovazioni, adattate alle necessità concrete dei singoli edifici.

Dalle antiche mura in pappamonte e pietra del Sarno ai grandi blocchi in opera quadrata, dall'opera incerta alle murature reticolate e ai laterizi delle fasi più recenti, Pompei conserva diversi secoli di storia dell'edilizia.

Il cantiere rimasto aperto nella Regio IX nel 79 d.C. aggiunge oggi un elemento eccezionale: non possiamo osservare soltanto gli edifici completati, ma anche come gli antichi Pompeiani preparavano malta, pietre e strumenti mentre stavano ancora costruendo.

Per localizzare gli edifici e le strutture citate nell'articolo è possibile utilizzare anche la mappa interattiva Edifici e luoghi di Pompei.

Fonti e bibliografia essenziale

Zuchtriegel G. et al., 2024, I cantieri antichi di Pompei tra emergenza e ordinaria manutenzione: nuovi dati dall'Insula 10, Regio IX, E-Journal degli Scavi di Pompei.

Carandini A. et al., 2024, Architetture e paesaggi urbani a Pompei. Il Sistema informativo dell'Università Sapienza di Roma per l'analisi, la conoscenza e la gestione del patrimonio archeologico: l'Atlante della Regio VII, E-Journal degli Scavi di Pompei.

Vaserman E. et al., 2025, An unfinished Pompeian construction site reveals ancient Roman building technology, Nature Communications.

Adam J.-P., Adam T., 1981, Le tecniche costruttive a Pompei, in Pompei 1748-1980. I tempi della documentazione, Roma.

Lugli G., 1957, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma.

Parco Archeologico di Pompei, documentazione sugli scavi della Regio IX, Insula 10 e sulle fortificazioni di Pompei.

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