Infografica sui calchi di Pompei

I calchi di Pompei sono tra le testimonianze più impressionanti dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Vengono talvolta erroneamente considerati corpi pietrificati, ma sono in realtà il risultato di una particolare combinazione tra le condizioni create dall'eruzione e una tecnica archeologica perfezionata da Giuseppe Fiorelli nel XIX secolo.

Nel corso degli scavi di Pompei sono stati rinvenuti i resti di oltre mille vittime. Non tutte hanno però prodotto un calco. Durante la prima fase dell'eruzione molti abitanti rimasero intrappolati negli edifici invasi da pomici e lapilli o furono coinvolti nei crolli provocati dall'accumulo del materiale vulcanico. In questi casi sono generalmente sopravvissuti soltanto i resti scheletrici.

In una fase successiva, correnti piroclastiche composte da gas e materiale vulcanico finissimo investirono la città e riempirono molti degli spazi non ancora occupati dai lapilli. Intorno ad alcuni corpi il materiale si compattò e si consolidò. Con la decomposizione dei tessuti organici rimase all'interno dello strato vulcanico una cavità che conservava in negativo la forma esterna del corpo, talvolta insieme alle ossa, agli abiti e agli oggetti trasportati dalla vittima.

Le cavità presenti negli strati vulcanici erano state osservate dagli scavatori già prima di Fiorelli. Nel 1823 Antonio Bonucci segnalò l'impronta lasciata da una porta e nel 1856 il gesso era già stato utilizzato per ricavare il calco di elementi lignei. Fu però Giuseppe Fiorelli a comprendere pienamente il potenziale della tecnica applicata alle vittime umane.

Tra il 2 e il 5 febbraio 1863, durante gli scavi del vicolo compreso tra le insulae VII 9 e VII 14, successivamente chiamato Vicolo degli Scheletri, furono individuati quattro individui. Fiorelli fece colare gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi e realizzò così i primi calchi umani di Pompei.

Il principio della tecnica è semplice ma richiede grande attenzione. Una volta riconosciuta una cavità nel deposito vulcanico, questa viene esaminata e riempita con materiale liquido. Dopo la solidificazione, lo strato circostante viene progressivamente rimosso e appare la forma che il materiale vulcanico aveva conservato.

Il risultato non è quindi una normale riproduzione moderna. Il calco deriva direttamente dalla forma negativa lasciata nel deposito dell'eruzione e può conservare dettagli altrimenti destinati a scomparire: pieghe degli abiti, calzature, lineamenti, oggetti personali e, in alcuni casi, impronte della superficie corporea.

All'interno di molti calchi rimangono inoltre resti scheletrici originali. Per questo motivo i calchi umani non devono essere considerati semplicemente reperti artistici o copie, ma testimonianze archeologiche strettamente connesse ai resti delle persone morte durante l'eruzione.

La tecnica non è stata utilizzata soltanto sui corpi umani. Nel corso degli scavi è stata applicata anche a animali, porte, mobili, strutture lignee e altri materiali organici decomposti. Uno degli esempi più celebri è il calco del cane rinvenuto nella Casa di Orfeo, realizzato nel 1874.

Dall'introduzione del metodo di Fiorelli sono stati realizzati a Pompei poco più di un centinaio di calchi. Il loro numero è quindi molto inferiore a quello complessivo delle vittime conosciute, perché solo determinate condizioni di deposizione e conservazione permettono la formazione di una cavità adatta alla colatura.

Uno dei gruppi più famosi è quello dell'Orto dei Fuggiaschi, scavato a partire dal 1961 sotto la direzione di Amedeo Maiuri. La rilettura dei giornali di scavo e della documentazione archeologica, pubblicata nell'E-Journal degli Scavi di Pompei nel 2026, ha permesso di precisare un dato spesso riportato in maniera inesatta.

Le vittime individuate nell'area furono in realtà quindici. Di una prima vittima non fu possibile realizzare il calco; delle altre furono prodotte quattordici impronte. Tredici vennero successivamente sistemate nell'angolo sud-orientale dell'Orto dei Fuggiaschi, mentre la quattordicesima, la prima realizzata durante gli scavi del 1961, fu trasferita nella Casa dei Quattro Stili e oggi la sua identificazione tra i calchi conservati non è certa.

Le nuove ricerche sull'Orto dei Fuggiaschi dimostrano anche quanto i calchi possano continuare a fornire informazioni molti decenni dopo la loro realizzazione. Durante il restauro del calco n. 46 è stata individuata una piccola cassetta realizzata con materiale organico e una borsa in tessuto contenente monete.

All'interno della cassetta si trovava una coticula, una piccola tavoletta di pietra utilizzata per preparare sostanze, insieme ad alcuni oggetti metallici. Nel 2026, esami radiografici e tomografici hanno rivelato ulteriori strumenti nascosti nel gesso.

Il confronto con altri corredi medici romani, compreso un set di strumenti rinvenuto presso l'Anfiteatro di Pompei nel 1936, ha portato gli studiosi a considerare plausibile che l'uomo associato al calco n. 46 fosse legato alla pratica medica. L'interpretazione rimane prudente, ma rappresenta un esempio straordinario di come nuove tecnologie possano aggiungere informazioni a reperti scavati molti anni prima.

Già nell'Ottocento i calchi provocarono una profonda impressione sul pubblico. Alcuni furono esposti nel primo Museo Pompeiano, allestito da Fiorelli tra il 1873 e il 1874. Nel Novecento molti vennero invece lasciati nei luoghi del ritrovamento, protetti da vetrine o coperture.

La loro storia è stata segnata anche da gravi perdite. Diversi calchi furono distrutti o seriamente danneggiati durante i bombardamenti del 1943. Il successivo lavoro di Amedeo Maiuri e dei restauratori permise di recuperarne almeno una parte.

Negli ultimi decenni le tecniche di documentazione sono notevolmente cambiate. Laser scanner, fotogrammetria, radiografie, tomografie e modellazione tridimensionale permettono oggi di registrare la superficie e, in alcuni casi, di studiare ciò che è conservato all'interno del gesso senza intervenire direttamente sul reperto.

Nell'ambito del Grande Progetto Pompei è stata condotta anche una ricognizione sistematica dei calchi conservati dal Parco. Il rilievo tridimensionale permette di produrre riproduzioni destinate allo studio e alle esposizioni, riducendo la necessità di movimentare gli originali.

Nel 1984, nell'area vesuviana, fu sperimentato anche l'impiego di una resina trasparente per realizzare il calco di una vittima della villa di Lucius Crassius Tertius a Oplontis. La trasparenza permetteva di osservare direttamente lo scheletro e gli oggetti conservati all'interno, mostrando come il principio introdotto da Fiorelli potesse essere adattato a nuovi materiali.

Il valore scientifico dei calchi è enorme. Possono fornire informazioni sulla posizione delle vittime, sugli abiti, sulle calzature, sugli oggetti personali e sulle circostanze della morte. I calchi di mobili, porte e altri elementi deperibili permettono invece di ricostruire aspetti dell'arredamento e delle tecniche artigianali che altrimenti sarebbero quasi completamente scomparsi.

È necessario, tuttavia, considerarli anche dal punto di vista umano ed etico. Molti calchi contengono i resti scheletrici delle persone rappresentate. Non sono quindi semplicemente immagini spettacolari della catastrofe, ma testimonianze direttamente connesse a individui morti durante l'eruzione.

Lo stesso Parco Archeologico ha sottolineato negli ultimi anni l'importanza di esporre questi reperti con rispetto, evitando interpretazioni esclusivamente sensazionalistiche. I calchi devono essere osservati nello stesso tempo come documenti scientifici, resti umani e testimonianze della tragedia.

A più di 160 anni dai primi esperimenti di Fiorelli, i calchi continuano dunque a fornire nuove informazioni. Le moderne tecniche diagnostiche e la rilettura della documentazione storica dimostrano che il loro studio è tutt'altro che concluso.

Essi non conservano soltanto l'immagine degli ultimi istanti di alcune vittime di Pompei, ma costituiscono uno straordinario archivio archeologico nel quale si intrecciano la storia dell'eruzione, la vita quotidiana degli abitanti e la stessa evoluzione dell'archeologia pompeiana.

la tecnica ideata da Fiorelli per la realizzazione dei Calchi a Pompei

Fonti e bibliografia essenziale

Zuchtriegel G., Russo A., Amoretti V., Empireo L., Cirillo F., 2026, Un medico nell'Orto dei Fuggiaschi a Pompei. Esami radiografici e ricostruzione archeologica, E-Journal degli Scavi di Pompei, 2026.04.

Osanna M., Capurso A., Masseroli S.M. (a cura di), 2021, I calchi di Pompei da Giuseppe Fiorelli ad oggi, Studi e Ricerche del Parco Archeologico di Pompei, 46, Roma.

Capurso A., 2021, I calchi delle vittime trovate tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento, in Osanna, Capurso, Masseroli 2021, pp. 67-98.

D'Ambrosio A., Guzzo P.G., Mastroroberto M. (a cura di), 2003, Storie da un'eruzione. Pompei, Ercolano, Oplontis, Milano.

De Carolis E., Patricelli G., Ciarallo A., 1998, Rinvenimenti di corpi umani nell'area urbana di Pompei, Rivista di Studi Pompeiani, IX, pp. 75-122.

Maiuri A., 1962, Pompei nelle ore della tragedia, Le vie d'Italia.

Parco Archeologico di Pompei, I Calchi.

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