i bambini a Pompei, la vita, i giochi, l'educazione

L'infanzia nella Pompei antica era profondamente condizionata dalla famiglia, dalla posizione sociale, dall'educazione, dalla religione e dalle attività quotidiane della città. Bambini e adulti condividevano molti degli stessi spazi: case, botteghe, cortili, strade e luoghi pubblici. Graffiti, disegni, oggetti domestici e immagini conservati dall'eruzione permettono oggi di ricostruire alcuni aspetti della loro esperienza, spesso poco visibili nelle fonti letterarie antiche.

I primi anni di vita erano particolarmente delicati. La mortalità infantile e giovanile era elevata nel mondo romano e le famiglie ricorrevano anche ad amuleti e pratiche protettive per cercare di difendere i bambini da malattie e pericoli.

Un oggetto particolarmente importante era la bulla, un ciondolo associato soprattutto ai ragazzi nati liberi. Poteva contenere un amuleto e aveva sia una funzione protettiva sia un significato sociale, poiché indicava la condizione libera del giovane. Il ragazzo la deponeva tradizionalmente quando assumeva la toga virilis ed entrava simbolicamente nell'età adulta.

La cura dei bambini variava notevolmente secondo la condizione economica della famiglia. Le madri potevano allattare direttamente i figli, mentre nelle case più ricche potevano essere presenti balie, nutrici e personale servile incaricato di assisterli. Non esisteva quindi una sola esperienza dell'infanzia pompeiana: la vita di un bambino appartenente a una famiglia facoltosa era molto diversa da quella di un bambino cresciuto in condizioni di povertà o schiavitù.

L'apprendimento iniziava innanzitutto all'interno della famiglia. I bambini osservavano gli adulti, imitavano le loro attività e imparavano gradualmente le regole della vita domestica e sociale. Nelle famiglie di artigiani e lavoratori potevano inoltre familiarizzare molto presto con le attività produttive svolte all'interno della casa o della bottega.

Il gioco costituiva naturalmente una parte importante dell'infanzia. Nel mondo romano sono documentati giochi con noci, palle, trottole, cerchi, bambole, piccoli animali e semplici giocattoli dotati di ruote. Alcuni di questi oggetti erano realizzati in terracotta, legno, stoffa, osso o materiali preziosi, a seconda delle possibilità economiche della famiglia.

Le bambole costituiscono uno degli oggetti più riconoscibili dell'infanzia femminile romana. Alcuni esemplari possedevano arti articolati e potevano essere vestiti. Le fonti antiche ricordano inoltre l'offerta di oggetti infantili alle divinità in occasione del passaggio a una nuova fase della vita, anche se non bisogna trasformare queste tradizioni in una regola identica per ogni ragazza e ogni famiglia.

Anche i giochi con le noci erano molto diffusi, tanto che l'espressione latina relinquere nuces, “lasciare le noci”, poteva essere utilizzata metaforicamente per indicare l'abbandono dell'infanzia.

L'educazione dipendeva fortemente dalla ricchezza, dal genere e dalla condizione sociale. Non esisteva un sistema di istruzione pubblica obbligatoria paragonabile a quello moderno. Alcuni bambini ricevevano insegnamenti in casa, altri frequentavano maestri privati che potevano impartire lezioni in spazi domestici o in luoghi aperti e porticati.

L'istruzione elementare comprendeva soprattutto lettura, scrittura e calcolo. Gli alunni potevano esercitarsi copiando lettere, sillabe, parole e brevi testi su tavolette cerate o altri supporti. L'apprendimento era spesso basato sulla ripetizione e sulla memorizzazione.

Pompei conserva testimonianze dirette di questo processo. Alfabeti, sequenze di lettere ed esercizi di scrittura incisi sui muri sono stati rinvenuti in diversi ambienti della città. Anche nella Palestra Grande sono documentati graffiti alfabetici che possono essere collegati all'apprendimento.

Questi ritrovamenti non dimostrano però l'esistenza di vere e proprie “scuole pubbliche” nella Palestra Grande o nel Foro. Nel mondo romano l'insegnamento non richiedeva necessariamente edifici scolastici costruiti appositamente e poteva svolgersi in molti tipi di spazio. L'identificazione archeologica di una scuola deve quindi essere affrontata con prudenza.

I figli delle famiglie che disponevano delle risorse necessarie potevano proseguire gli studi oltre l'alfabetizzazione elementare. Una formazione più avanzata comprendeva grammatica, letteratura greca e latina e, per alcuni giovani destinati alla vita pubblica, retorica e oratoria.

La cultura greca occupava una posizione prestigiosa nell'educazione romana e le famiglie più ricche potevano affidare i figli a precettori di lingua e cultura greca. Anche alcune ragazze ricevevano una buona istruzione, soprattutto nelle famiglie più agiate, sebbene le possibilità di proseguire studi avanzati variassero notevolmente.

Una delle scoperte più straordinarie per conoscere direttamente l'infanzia pompeiana è stata effettuata nella Casa del Secondo Cenacolo Colonnato (IX 12,4), nell'Insula dei Casti Amanti.

Durante nuovi scavi in un cortile di servizio sono stati documentati numerosi disegni a carboncino realizzati da bambini poco prima dell'eruzione. L'ambiente era ancora interessato da lavori edilizi, con ponteggi e pareti da completare.

I disegni rappresentano gladiatori, combattenti, scene di caccia, animali e figure umane, insieme alle impronte di piccole mani. L'analisi dello sviluppo grafico ha permesso agli studiosi di ipotizzare che alcuni autori avessero approssimativamente tra cinque e otto anni.

La scoperta è particolarmente importante perché ci permette di osservare il mondo antico dalla prospettiva dei bambini stessi. Non si tratta di immagini create da adulti per rappresentare l'infanzia, ma di segni lasciati direttamente dai piccoli abitanti della città.

I soggetti scelti sono altrettanto significativi. Combattimenti gladiatori e cacce con animali facevano parte della cultura degli spettacoli romani e i disegni mostrano quanto profondamente queste immagini fossero entrate nell'immaginario infantile.

Gli studiosi hanno discusso anche la possibilità che alcuni bambini avessero assistito direttamente a spettacoli nell'anfiteatro o fossero comunque esposti molto frequentemente a rappresentazioni della violenza attraverso l'ambiente sociale e visivo che li circondava.

Il contesto della casa aggiunge un'altra informazione importante. Nonostante la facciata monumentale su Via dell'Abbondanza, gli ambienti nei quali furono realizzati i disegni restituiscono, secondo gli archeologi, un'atmosfera di precarietà sociale molto diversa da quella delle grandi residenze aristocratiche.

Gli autori dello studio dell'E-Journal hanno ipotizzato bambini lasciati per molte ore negli ambienti di lavoro mentre gli adulti erano impegnati nelle proprie attività. Non è però possibile stabilire con certezza il loro status giuridico né affermare che fossero schiavi.

Questa testimonianza ricorda che l'infanzia pompeiana non apparteneva soltanto alle famiglie ricche rappresentate negli affreschi. Molti bambini crescevano in ambienti collegati a botteghe, cantieri, attività commerciali e lavoro manuale.

Il passaggio all'età adulta avveniva gradualmente e seguiva percorsi diversi per ragazzi e ragazze. Per il ragazzo nato libero, uno dei momenti simbolicamente più importanti era l'assunzione della toga virilis, normalmente durante l'adolescenza, accompagnata dall'abbandono della bulla.

Per le ragazze, matrimonio e ingresso nella vita adulta potevano avvenire a un'età che oggi apparirebbe molto precoce, anche se non è corretto trasformare un'età minima prevista dal diritto romano in un'età di matrimonio obbligatoria o universale.

L'archeologia permette anche di conoscere bambini che morirono molto giovani. Sepolture, iscrizioni funerarie e oggetti deposti nelle tombe testimoniano il dolore delle famiglie e l'importanza attribuita ai figli, correggendo l'idea semplicistica che l'elevata mortalità infantile rendesse i genitori antichi necessariamente meno legati ai bambini.

La documentazione di Pompei restituisce quindi un'immagine complessa dell'infanzia. Non possiamo ricostruire nello stesso modo la vita di tutti i bambini, perché le testimonianze sono molto più abbondanti per alcuni gruppi sociali che per altri.

Eppure un alfabeto graffito su una parete, una bulla, una bambola, un'impronta di mano o un disegno di gladiatori possono restituire aspetti della vita quotidiana che i grandi monumenti e le iscrizioni ufficiali raramente conservano.

I bambini di Pompei non erano semplicemente figure passive all'interno della società degli adulti: giocavano, imparavano, osservavano, imitavano e reinterpretavano il mondo che li circondava. Le tracce che hanno lasciato costituiscono oggi uno dei collegamenti più immediati con la vita quotidiana della città prima dell'eruzione del 79 d.C.

Fonti e bibliografia essenziale

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