Pompei non smette mai di stupire e, talvolta, le scoperte più emozionanti non arrivano da aree inesplorate, ma da semplici interventi di "ripulitura" in ambienti già noti. È quanto accaduto recentemente nell’Insula dei Casti Amanti, dove la ripresa degli scavi ha portato alla luce una storia di morte e di tenero legame tra uomo e animale, rimasta sepolta per quasi duemila anni in un angolo di un antico panificio.
Una scoperta inaspettata
Durante la pulizia di un ambiente destinato alla lavorazione del pane, situato a pochi passi dalla famosa via dell’Abbondanza, gli archeologi hanno rinvenuto i resti di due grandi equini. La scoperta è stata sorprendente perché gli animali non si trovavano nella stalla, ma in una stanza di lavoro dove solitamente venivano preparati gli impasti.
Ma perché questi animali erano lì? Gli studiosi hanno ricostruito che, al momento dell’eruzione del 79 d.C., il grande panificio non era in funzione. La struttura era un vero e proprio cantiere a cielo aperto: erano in corso importanti lavori di ristrutturazione, probabilmente necessari per riparare i danni causati da un forte terremoto avvenuto pochi anni prima, tra il 68 e il 69 d.C.. Proprio a causa di questi lavori, gli animali erano stati spostati momentaneamente nel locale di produzione, dove il grande tavolo da lavoro era stato rimosso per far loro spazio.
Gli ultimi istanti: il crollo e il mistero del lapillo
Le indagini condotte con tecniche forensi hanno permesso di ricostruire con precisione i drammatici momenti finali. Sopra i resti degli animali è stata ritrovata una grande trave di legno d’acero carbonizzata, lunga circa due metri, crollata dal piano superiore.
Un dettaglio scientifico molto interessante ha rivelato un aspetto inedito dell’eruzione: sotto e intorno ai corpi degli animali non è stata trovata traccia di lapilli (i piccoli frammenti di lava porosa tipici delle prime fasi dell’evento). Questo suggerisce che i due equini siano morti nelle fasi iniziali dell'eruzione, non sepolti dalla pioggia di pomici, ma a causa del violento crollo del soffitto provocato dai forti terremoti che accompagnarono l'inizio della catastrofe. Le fratture riscontrate sulle ossa confermano uno schiacciamento dovuto a un carico pesantissimo caduto dall'alto.
Un legame "affettivo" oltre il lavoro
Al di là del dato scientifico, ciò che rende questo ritrovamento particolarmente toccante è un piccolo dettaglio emerso durante lo scavo del primo animale, un esemplare adulto di circa 10-12 anni. Vicino a dove si trovava il collo, sono stati recuperati tre vaghi di collana in pasta vitrea (uno azzurro e due bianchi), probabilmente legati alla criniera o ai finimenti.
Questi oggetti, insieme ai resti degli elementi in ferro della bardatura, raccontano una storia di familiarità. Anche se questi animali erano forza lavoro instancabile per il panificio, questo piccolo ornamento suggerisce un gesto di cura e un legame "affettivo" tra gli abitanti della casa e i loro compagni di sventura.
La scienza dietro il racconto
Per ricostruire questa storia è stato necessario il lavoro di squadra di molti specialisti: archeozoologi per studiare le ossa, archeobotanici per identificare il legno della trave e antropologi per analizzare le dinamiche della morte. Questo approccio multidisciplinare trasforma Pompei in un laboratorio a cielo aperto, dove ogni piccolo frammento, dalla cenere ai micro-dettagli delle ossa, aiuta a ridare voce a chi, uomo o animale, è rimasto in silenzio per secoli.
Per determinare con precisione se gli animali rinvenuti nel panificio fossero cavalli, asini o ibridi, i ricercatori hanno pianificato una serie di analisi specialistiche che seguiranno la fase di scavo preliminare.
In particolare, verranno condotte le seguenti indagini:
- Analisi biometriche: misurazioni dettagliate delle ossa per confrontarle con i parametri di riferimento scientifici.
- Revisione dei reperti post-craniali: un esame approfondito delle parti dello scheletro meglio conservate, diverse dal cranio, alla ricerca di tratti distintivi della specie.
- Analisi genetiche: studi sul DNA che permetteranno di stabilire con certezza l'appartenenza tassonomica degli esemplari.
Al momento del ritrovamento, infatti, non è stato possibile formulare un'assegnazione definitiva a causa della mancanza di criteri morfologici e morfometrici chiari e immediatamente visibili sui resti.
Fonte: Parco Archeologico di Pompei
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