Tratto dalla
conferenza della prof. IRENE BRAGANTINI
docente Istituto Universitario Orientale
di Napoli, tenuta il 25 novembre 2000
Confrontando pitture provenienti da fuori
Italia, si può dimostrare che, nel periodo
compreso tra la tarda Repubblica e l’inizio
dell’Impero, tra la fine del I secolo a.C. e
la fine di Pompei, la pittura romana è
uguale anche fuori dei confini dell’Impero.
Tale uguaglianza deriva dall’importanza che
la società del tempo attribuiva alla
decorazione della casa come mezzo per
sottolineare l’appartenenza ad un
determinato ceto sociale e ad un particolare
stile di vita. In questo senso, il confronto
con le zone cosiddette provinciali, in cui
il fenomeno urbano, o il fenomeno della casa
decorata, coincide con la romanizzazione,
cioè con l’inserimento di queste aree
all’interno dell’Impero Romano, assume un
significato ancor più pregnante perché ci
dimostra l’adozione di modi di vivere che si
strutturano sul modello romano da parte di
società che mancavano di simili tradizioni.
Una tavola, tratta dal catalogo di una
mostra in corso a Bologna e a Trento,
fondamentalmente legata ad aspetti molto
tecnici della pittura, rappresenta in alto a
sinistra un bassorilievo, alla sua destra un
disegno tratto dal rilievo stesso per
mostrarne più chiaramente la figurazione, e
in basso il disegno ricostruttivo di una
parete in fieri. Il rilievo, provienente da
una tomba della Gallia e datato al II secolo
d.C., riproduce una scena che allude al
mestiere svolto dal defunto stesso durante
la vita: un signore vestito in maniera più
accurata degli altri personaggi
rappresentati è seduto sui gradini
antistanti un portico colonnato, e sta
svolgendo un rotolo in cui pare stia
osservando particolari che riguardano ciò
che gli altri stanno realizzando; siamo di
fronte al cantiere di una struttura in
decorazione. Al centro della composizione vi
è un’impalcatura su cui stanno lavorando due
persone vestite diversamente che compiono
azioni diverse. Una, infatti, è vestita di
una tunica che ricopre quasi completamente
il corpo e tiene nella sinistra un pennello,
per cui sta evidentemente dipingendo;
l’altra ha in mano una specie di frattazzo,
e, quindi, sta compiendo un’operazione
preliminare rispetto all’azione del
dipingere svolta dalla prima persona. La
figura in primo piano vestita di una tunica
corta, chiaramente un abbigliamento servile,
è ritratto mentre impasta la calce a terra.
La decorazione della parete, dunque, nasce
dalla collaborazione di persone diverse per
capacità e formazione. Probabilmente il
proprietario della tomba, con questo rilievo
che dimostra il contesto del suo lavoro,
voleva essere identificato dalla
collettività come appaltatore di opere
pubbliche. La concorrenza di mansioni
diverse nella decorazione parietale ci dà
modo di pensare che, alle decorazioni
eseguite lontano da Roma su livelli molto
simili alla pittura romano campana,
partecipassero artigiani, non solo di
diverso mestiere, ma anche di diversa
provenienza, e in particolare, pittori
provenienti dai grandi centri urbani della
penisola che esportavano modi decorativi
importanti nella strutturazione degli spazi
abitativi delle società contemporanee. Il
disegno ricostruttivo, posto nella parte
inferiore della tavola, illustra il
procedimento con cui si realizzavano le
pitture, sottolineando alcuni particolari
tecnici: il fatto che si dipingeva dall’alto
verso il basso e la diversità delle
specializzazioni occorrenti. Il particolare
della parete, scavata dal dott. Antonio
Varone, della casa pompeiana dei Casti
Amanti ci permette di cogliere le diverse
fasi del procedimento pittorico. Vi troviamo
tre pannelli dipinti rispettivamente in
nero, rosso, e bianco. Il pannello bianco
doveva essere ulteriormente dipinto, ma è
rimasto incompiuto a motivo dell’eruzione
vesuviana. Diversamente, se la decorazione
fosse stata completata e non interrotta
dall’evento sismico, anche questo pannello
sarebbe nero. Solo alcuni stadi sono stati
portati a termine, appunto il pannello nero
e il pannello rosso. E poiché la decorazione
andava eseguita prima che l’intonaco si
asciugasse, ne consegue che in questa stanza
stavano lavorando persone diverse. Possiamo,
inoltre, ipotizzare che le parti più
appariscenti e importanti, come i quadri e i
particolari decorativi più significativi,
siano stati affidati al personaggio più
abile della bottega, o al pittore venuto da
fuori città, e altri particolari più
secondari, ai suoi assistenti. Dobbiamo
immaginare che anche in ambiente provinciale
la realizzazione di pitture tenga conto
dell’eventuale collaborazione di artigiani
diversi. Naturalmente, grandi cantieri di
opere pubbliche avranno comportato lo
spostamento di intere botteghe, o équipe,
mentre realizzazioni di minori dimensioni
potrebbero aver comportato l’arrivo da Roma
soltanto del pittore principale, il quale,
una volta arrivato, avrà dovuto collaborare
con artigiani locali per tutta la
preparazione della parete, ancor prima di
passare alla fase pittorica vera e propria.
Tale fenomeno di importazione di modi
decorativi urbani, ossia di Roma e dei
centri campano laziali, dimostrato da una
serie di studi su pitture in ambito
provinciale, soprattutto in Gallia, è tipico
del periodo iniziale dell’età imperiale, e
in special modo in quelle province
dell’Europa settentrionale, come Nolico, le
Gallie e la Spagna, in cui il concetto di
casa decorata coincide con la romanizzazione,
in pratica con l’età augustea. Una
situazione differente la troviamo in Grecia,
dove esiste una lunghissima tradizione di
decorazione domestica che si sviluppa in
modo del tutto indipendente dal fenomeno
considerato. La moda decorativa che ne
deriva, così come in architettura la
strutturazione del foro cittadino secondo
determinati modelli costruttivi, è una
dimostrazione visibile dell’inserimento di
un centro provinciale all’interno
dell’orbita dell’impero. Evidentemente
l’adozione di un particolare tipo di
decorazione indica anche un’appartenenza
sociale. Il modello di comportamento attivo
in Italia, che vede le committenze più basse
imitare le commitenze più alte per
dimostrare di appartenere allo stesso status
sociale, è uguale sia nel mondo provinciale
sia nel mondo urbano. Il fenomeno è alla
base della suddivisione in quattro stili
della pittura pompeiana, definizione che
nasce da uno studio tardo ottocentesco di un
ricercatore tedesco, che è riuscito,
partendo da criteri archeologici e
stilistici, a dimostrare l’esistenza di una
tipologia degli elementi decorativi. Perché
una decorazione si riconosca come
appartenente a un modello, bisogna che il
modello sia chiaramente strutturato e,
quindi, chiaramente imitabile, grazie agli
elementi che lo compongono: l’adozione di
certi colori, l’alternanza o uso degli
stessi, la presenza di motivi decorativi
anche minuti. In sostanza, dal punto di
vista culturale, questo significa che le
committenze più basse, dotate evidentemente
anche di altre esigenze, anziché sviluppare
un modo autonomo di decorare la propria
casa, pur nella diversità della loro
condizione economica, tendono sempre a
imitare in maniera molto precisa un modello
alto. Questa imitazione si scandisce lungo
le generazioni con cambiamenti che
discendono dalla corte di Roma, ma che, a
Pompei, Ercolano, in tutta Italia come fuori
d’Italia, sono recepiti immediatamente
conservandone l’alto livello qualitativo. In
tal modo la decorazione domestica o la
pittura pompeiana esce dalla microstoria,
proiettata in quest’orizzonte più vasto. In
una società in cui la mobilità sociale è
ancora molto alta, il fatto che la funzione
di un certo tipo di decorazione possa
significare l’adesione a un certo stile di
vita fa si che questa decorazione sia sempre
riconducibile a un modello imitato
dall’alto. Si nota la necessità di aderire a
un modello unico, che sia facilmente
riconoscibile. Tale discorso vale anche per
l’architettura pubblica; in questi anni,
soprattutto in Spagna, stanno venendo alla
luce risultati impressionanti di ripresa del
modello del Foro di Augusto nelle città
provinciali: gli stessi tipi architettonici,
stessi capitelli, stesse cariatidi, che
fanno di queste città delle piccole “Rome”.
Gli artigiani locali, lavorando a stretto
contatto con quelli provenienti da Roma, ne
escono formati. Si può immaginare che,
quando il grande cantiere chiude e le
maestranze venute da fuori si spostano,
l’artigiano locale rimasto in situ dia
origine ad una produzione che si scosta dal
modello centrale, anche sulla scia dei
mutamenti di tipo socio-culturale che
intervengono verso la fine del I secolo d.C.
in tutto l’Impero.