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| I QUATTRO STILI DELLA PITTURA POMPEIANA |
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La prima tecnica che si
incontra a Pompei, diffusa negli edifici e
in particolare nelle abitazioni, si verifica
a partire dall'età sannitica, ossia dal 150
a. C. fino aell'80 a.C., consiste in una
plastica imitazione del marmo variegato,
dell'alabastro o del porfido: essa è detta
"stile dell'incrostazione" e deve il nome
alla voce crusta, che significava anche
"rivestimento con lastre di marmo". Si
tratta di imitazioni eseguite con i colori
predominanti rosso e nero con una striscia
gialla in basso, che formano un efficace
contrasto di tinte con un giuoco sottile di
figurazioni astratte. A Pompei questo stile
si incontra nella Basilica e nel Tempio di
Giove, ma anche in alcune abitazioni
private, come la Casa del Fauno.Questa
maniera, regolare ed elementare, di
decorare, o meglio di colorare e ritmare le
pareti che troviamo a Pompei, ha precedenti
e manifestazioni pressochè contemporanee e
appena precedenti in tutto il mondo
ellenistico. Le tinte sono intense, in
origine certo violente, segno di una
sensibilità cromatica elementare, della
quale nella Grecia classica sono una
testimonianza precedente ad esempio i vasi a
figure rosse su fondo nero. Questo tipo di
decorazione che in ordine di tempo compare
primo nelle città campane, è stato chiamato
dal Mau, lo studioso tedesco che per primo
esaminò la pittura antica in uno studio
sistematico.
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Primo Stile |
Secondo Stile |
Terzo Stile |
Quarto stile |
"Primo stile pompeiano" A Pompei ed
Ercolano le pitture di questo stile
contengono piccoli elementi architettonici,
quali i pilastri per la divisione verticale
delle superfici. Successivamente in un
aspetto di quel che è noto come il
"secondo stile" (una fase che
approssimativamente ricoprì gli ultimi tre
quarti del I secolo a.C.) quest'ultimo tema
architettonico prese completamente il
sopravvento. Una serie meravigliosa di
dipinti provenienti da una sala della Villa
di Publio Fannio Sinistor, che era una delle
numerose abitazioni di campagna esistenti
nei dintorni di Boscoreale, costituisce
l'apogeo dell'evoluzione della tecnica. I
riquadri, che ora sono visibili nel
Metropolitan Museum of Art di New York, sono
altrettanti capolavori divisi l'uno
dall'altro da snelle colonne che conferivano
alla sala l'aspetto di un chiostro, da cui
si godeva la vista di uno scenario ardito e
vivace di strade, di case e di atrii
colonnati.
Non v'è dubbio che le pitture non siano
altro che imitazioni di scenari teatrali
relativi a rappresentazioni drammatiche di
un tipo al quale fa riferimento anche
Vitruvio. Eventuali confronti con la
Campania possono soltanto essere immaginati,
ma è sintomatico il fatto che Neapolis fosse
un importante centro di arte teatrale. Per
quel che riguarda Roma, Plinio il Vecchio
racconta di uno scenario teatrale che con
tutta probabilità non doveva essere diverso
dalle pitture murali in questione.
Realizzato da Appio Claudio Pulcro nel 99
a.C., si diceva che contenesse vedute di
tetti di case così realistiche che perfino
gli uccelli tentavano di posarvisi sopra. I
Greci ed i Romani si dilettavano di trompe
l'oeil e amavano storielle di questo genere.
Spesso il paesaggista pompeiano andava più
vicino al soggetto e scendeva a dipingere i
particolari dei giardini tanto prediletti
dai suoi clienti. Anche in questo caso, come
gia succedeva per i pittori di soggetti
architettonici, sembrava che egli volesse
imitare gli scenari teatrali i più celebri
esempi di tale genere di lavoro che siano
pervenuti fino a noi risalgono al periodo
tra il 40 ed il 25 a.C. e sono i
verdeggianti studi di argomento silvestre
provenienti dalla Villa di Livia a
Primaporta e ora conservati nel Museo
Nazionale di Roma. Ma anche a Pompei gli
esemplari dello stesso tipo abbondano,
variando dalle scene tranquille scoperte nel
1954 nella Casa del Frutteto, e` che
presagiscono gli arazzi francesi e
fiamminghi conosciuti col nome di verdures,
fino alle esuberanti visioni di belve
esotiche. In particolare, i giardini delle
case, in ossequio al principio che le
pitture dovevano per quanto possibile
corrispondere allo scopo cui erano destinate
le stanze o le corti, avevano le pareti
ricoperte con scenari in cui si vedevano
fiori, cespugli e animali formanti quasi
un'appendice degli stessi giardini che così
si voleva far apparire più grandi. L'idea di
dipingere soggetti naturali è stata ben
sfruttata, ottenendo risultati affascinanti
che conferivano sensazione di freschezza;
essa, però, non era affatto una novità dal
momento che le ghirlande di fiori e di
frutti, dipinte o scolpite, erano ben note a
Pergamo già nel II secolo a.C., allorché
l'arte di quel regno era nel pieno vigore
del suo rigoglio. Inoltre, un pittore greco
di nome Demetrio, figlio di Seleuco, il
quale era stato a Roma nel 164 a.C., venne
specificamente chiamato "paesaggista"
(topographos) e fu il primo uomo di nostra
conoscenza ad essere così definito. Come
tema letterario, il paesaggio era già stato
fatto venire di moda negli anni dal 270 al
260 a.C. circa dalle poesie idilliche di
Teocrito di Siracusa, il poeta pastorale
della civiltà urbana che scriveva per i
cittadini di Coo e di Alessandria mescolando
sottilmente sofisticazione e semplicità,
spiritoso realismo e convenzionalità
tradizionale. Fra il fogliame dei quadri
saltellano gli uccelli. Si vedono gli aironi
fra i melograni, e nella Casa di Fabio
Amandione v'è un gruppo di tre volatili
appollaiati sul bordo di un'alta vaschetta
marmorea destinata al loro bagno. Tali
dipinti riproducevano gli uccelli che i
giardini effettivamente contenevano nelle
loro uccelliere, e gli artisti che
prediligevano il tema dovevano assomigliare
a uno dei personaggi del romanzo di
Petronio, cioè a quel ragazzo che si
interessava di due sole cose- degli uccelli
e della pittura.
Era di moda dipingere pure animali morti,
tra cui uccelli e pesci che compaiono,
insieme con ortaggi e frutti vari, in una
serie straordinaria di nature morte:
soggetto che divenne, e poi tornò nuovamente
ad essere, un tema favorito dei pittori di
Pompei. Allora v'era l'usanza di inviare
agli amici doni costituiti da generi da
mangiare crudi, il che spiega il ripetersi
di tanti quadri del genere.
Il trattamento del tema, in cui vengono
abilmente combinati realismo e
impressionismo, probabilmente doveva
qualcosa a un celebre pittore greco fiorito
verso il III Secolo a.C., di nome Pireico,
il quale si era specializzato nel riprodurre
soggetti del tutto comuni, come botteghe da
barbiere, banchetti da ciabattino, asini e
cibi, e, a un livello leggermente più rozzo,
le svariate insegne dei negozi di Pompei
possono in maniera analoga essere
indirettamente addebitate alla sua opera. Ma
a Pompei alcuni pittori del I secolo d.C.
raggiunsero eccellenti risultati nelle vaste
composizioni di figure umane. Già si e
accennato alle grandi pitture di soggetto
religioso che ricoprivano tre pareti di una
stanza della Villa dei Misteri. Aventi per
soggetto i misteri dell'iniziazione
bacchica, esse si rifacevano in larga misura
a modelli perduti originari di Pergamo. Ma
il copista, se è questa la parola che si
deve usare, era anche un artista di
prim'ordine che è riuscito a conferire alle
sue figure fantastiche e misteriose un alone
straordinario di dignità divina, di violento
movimento, di terrore, di magia, di
esaltazione.
Nel IV secolo a.C. lo scultore Prassitele
era riuscito a dare una realtà visiva
all'essenza di un mondo ideale, creando
delle figure che compendiavano in sé la
diversità della natura divina; ed il maestro
della Villa dei Misteri, pur lavorando con
una materia difficile quale può essere
l'intonaco di un muro, si rivelò un degno
seguace del greco. La complessa composizione
con cui egli decorò le pareti della casa
lascia col fiato sospeso ed è stata
giustamente definita come la più grande
testimonianza esistente della pittura
antica. Se essa risalga al tempo di Cesare
(metà del primo secolo a.C.), o alla prima
parte del regno di Augusto (31 a.C.-14 d.C.)
non è stato possibile stabilirlo.
Fu forse sotto Augusto che venne di moda una
tecnica pittorica nuova e diversa,
conosciuta come il "Terzo Stile", che
verosimilmente dal punto di vista
cronologico si sovrappose al Secondo Stile,
ma che potrebbe essere continuata fino
all'epoca di Claudio (41-54 d.C.). Gli
artisti che aderirono alla nuova scuola
rovesciarono completamente l'apertura
tridimensionale dello spazio che era stata
favorita fino a quel momento. Essi
tracciarono sulla parete una struttura rada
e inconsistente, simile al bambù, che
riecheggia l'architettura soltanto in
qualcosa di superficiale, di non funzionale
e formalizzato: v'è anche una notevole
infusione di motivi dall'Egitto, in seguito
alla conquista del paese da parte di Roma
avvenuta nel 30 a.C. mentre sono evidenti i
collegamenti religiosi e commerciali con
Pompei. In quel tempo i disegni
architettonici degli artisti precedenti
furono totalmente subordinati a un certo
effetto piatto e decorativo reminiscente
delle tappezzerie e dei tendaggi che, come
rivelano i chiodi e gli uncini, erano usati
per ricoprire le pareti. Le tappezzerie, che
rappresentavano un ricco ramo dell'antica
arte della tessitura e la cui perdita quasi
completa costituisce una delle maggiori
lacune delle nostre conoscenze, qualche
volta avevano dei pannelli cuciti nel
centro, sulla cui superficie i pittori che
avevano adottato il nuovo stile inserivano
piccole scene di argomento diversificato; lo
possiamo ancora oggi vedere nei pannelli
delle pareti della Casa di Marco Lucrezio
Frontone in cui erano dipinti paesaggi e
ville di campagna.
I più antichi paesaggi dipinti sulle pareti
talvolta erano molto piccoli, ma
quest'ultimi sono di dimensioni ancora più
ridotte e spesso sembrano miniature adatte a
medaglioni: oppure, veduti sul fondo unito,
sembrano quasi piccoli quadri fatti sul
cavalletto come ai nostri giorni si vedono
di frequente. Eppure non si trattava di
opere da cavalletto, perché in effetti il
quadro veniva dipinto sulla parete in
muratura; cioè facevano parte, parte
integrale, dello sfondo murario, per quanto
semplice esso potesse essere. L'avere quadri
incorniciati e appesi alle pareti con corde
e chiodi, come usiamo noi, agli antichi
sarebbe sembrata cosa illogica, e una
inorganica interferenza con la struttura
della stanza. La soluzione da loro adottata
e che più si avvicinava ai nostri gusti era
quella di dipingere piccole scene (pinakes)
su un supporto di stucco particolarmente
fine per inserirle in posizione adatta nel
modello generale della composizione
pittorica murale. Di questo tipo sono, per
esempio, i pannelli inseriti nel muro della
sala da pranzo della Villa della Porta
Marina di Pompei. Era anche usanza quella di
realizzare speciali dipinti per pannelli
racchiusi; entro cornici e provvisti di
sportelli che si potevano aprire e chiudere.
Ma anche questi quadri non erano destinati
ad essere appesi; invece, si usava
collocarli su qualche scaffale e su un
sostegno da cui potessero essere facilmente
veduti. Un'altra forma d'arte è stata
incontrata nella Villa della Porta Marina,
dove una delle pitture murali rappresenta
un'opera incorniciata del genere accennato,
eseguita con la tecnica trompe l'oeil.
Qualche volta i dipinti venivano realizzati
su marmo, il Museo di Napoli possiede un
disegno particolarmente grazioso fatto su
questo materiale in cui si vedono delle
fanciulle che giuocano ai dadi. La pittura è
eseguita su due piani ed è firmata da un
certo Alessandro Ateniese. Se il nome sia
quello dell'autore del disegno, o
dell'originale da cui derivato l'esemplare
di Pompei, non possiamo stabilirlo, anche se
si tratta evidentemente della copia fedele
di un dipinto che risaliva alla fine del v
secolo a.C. (un modello insolitamente
antico). L'ombreggiatura degli abiti delle
donne richiama alla memoria l'asserzione di
Plinio, il quale diceva che era stato
proprio in quel tempo, cioè poco prima del
400 a.C., che l'artista ateniese Apollodoro
aveva inventato il disegno sfumato. Un'altra
scena pompeiana su marmo con la
rappresentazione dell'uccisione delle figlie
di Niobe rivela uno stile che richiama
qualche modello più tardo, dipinto a Pergamo
verso la fine del m secolo a.C.
Il "Quarto Stile"
Questa tradizionale definizione diventa poco
più di un inutile impedimento in quanto essa
deve comprendere tutta una gamma di diversi
tipi e generi di pittura. Alcuni ebbero
inizio prima che terminasse il Terzo Stile e
vennero adottati, simultaneamente o in tempi
successivi, da prima della metà del I secolo
d.C. fino alla definitiva distruzione delle
città vesuviane. Erano gli stili in voga
prima e dopo il terremoto del 62 d.C., come
pure prima e dopo l'erezione a Roma della
Domus Aurea di Nerone (64-8), che alcuni dei
dipinti di Pompei e di Ercolano presagiscono
e altri imitano. Dal momento che i dipinti
del Quarto Stile appartengono agli ultimi
anni di vita delle città, essi sono giunti a
noi in quantità maggiore che gli esemplari
delle maniere precedenti, e pertanto le
diverse varietà del Quarto Stile, vedute nel
loro complesso, numericamente superano di
gran lunga tutte le altre messe insieme.
Secondo l'opinione di uno studioso, vi
furono almeno diciassette buoni artisti che
operavano contemporaneamente; e, anche se il
loro numero fosse alquanto minore, lo studio
accurato dei dipinti di una delle case più
importanti, quella dei Dioscuri, per
esempio, dimostra la presenza più o meno
contemporanea di molte mani diverse.
Una caratteristica di questi artisti è
quella di reagire alle tendenze
architettoniche del Terzo Stile; in altre
parole, i nuovi pittori ritornano alle
preferenze architettoniche del Secondo Stile
esemplificate da Boscoreale. Essi, però,
seguono soltanto in parte la strada a
ritroso, dal momento che l'architettura da
loro immaginata si dissolve nella fantasia.
In verità qualche volta si eseguono studi
realistici di città e di edifici, come è il
caso dell' incantevole porto illuminato dal
sole veduto da Stabiae. Ma spesso ammiriamo
guizzi brillanti di inventiva architettonica
assolutamente irreale incastonati in
tralicci sottili come la filigrana:
strutture inconsistenti magicamente
elaborate in un'aerea prospettiva lungo
scorci panoramici a precipizio. Alcuni di
tali disegni sono sicuramente derivati, come
i dipinti precedenti, da scenari teatrali.
Uno dei proprietari della Casa di Menandro,
forse Quinto Poppeo, che era imparentato con
la moglie di Nerone, Poppea, doveva essere
un appassionato del teatro, dal momento che
una stanza contiene un ritratto di Menandro
(drammaturgo morto verso il 290 a.C.),
identificato dal nome scritto sull'orlo
dell'abito e sul rotolo che tiene in mano.
Per di più alcune rappresentazioni
teatrali-sono effettiva mente raffigurate su
qualche muro. Così nella Casa di Pinario
Ceriale, a Pompei, un'intera parete è
occupata da un dipinto che riproduce una
scena della tragedia Ifigenia in Tauride di
Euripide su un fondale trattato
architettonicamente. Sebbene ancora una
volta temi del genere potessero risalire ad
antichi modelli greci, la loro popolarità
nel periodo considerato forse era in parte
dovuta alla passione dell'imperatore Nerone
per il canto e per la recitazione.
Gli antichi miti erano tutt'altro che morti;
raggiungevano, anzi, profondi livelli nel
sentimento del conscio e dell'inconscio, e
fornivano innumerevoli temi a un gran numero
di artisti di Pompei e di Ercolano. Quei
pittori imitavano originali greci, ma lo
facevano con grande libertà di fantasia, e
con il dovuto riguardo per i loro propri
scopi e per l'ambiente specifico in cui si
svolgeva la loro opera. La libertà che essi
si prendevano può essere dimostrata quando
ci viene concessa l'occasione (come
effettivamente capita qualche volta) di
confrontare con l'originale due o più copie
eseguite da uno dei pittori pompeiani;
possiamo allora vedere che le copie
differiscono sensibilmente l'una dall'altra.
I modelli greci utilizzati dagli artisti
delle città del Vesuvio, e che ad essi erano
noti da raccolte d'arte, da repertori e da
libri, generalmente non venivano derivati
dai grandi maestri classici del v secolo
a.C., ma furono preferibilmente ispirati
alle opere di artisti di epoca successiva.
Alcuni di questi erano vissuti nel IV secolo
a.C., cioè al tempo di Alessandro Magno (il
quale morì nel 323), mentre altri
appartenevano almeno al II secolo, e spesso
comprendevano esponenti dell'arte cortigiana
di Pergamo, la quale, come abbiamo veduto,
produsse un dipinto delle figlie di Niobe e,
soprattutto, ispirò la possente composizione
dionisiaca della Villa dei Misteri. Grazie a
tali prestiti è proprio a Pompei e a
Ercolano che noi andiamo debitori di quasi
tutto quello che sappiamo sulle scuole dell'
arte greca che fiorirono successivamente,
nel corso degli ultimi quattro secoli prima
dell'avvento dell'era cristiana.
Gli artisti che operarono nelle due città
vesuviane copiando e modificando opere
precedenti restano per lo più sconosciuti,
in quanto essi appongono la propria firma
assai raramente. Un certo Lucio asserisce di
aver dipinto varie scene, tra cui quella di
Piramo e Tisbe, nella casa di Loreio
Tiburtino; ma egli non è dei migliori. Un
artista molto più dotato, anche se condivide
il generale anonimato, è quello che dipinse
Ercole e Telefo nella Basilica di Ercolano.
Superbamente disegnata e dipinta con un
abile giuoco di luci e di ombre, questa
composizione elaborata, ma pur
soddisfacente, è degna di figurare come uno
dei capolavori che dall' antichità sono
giunti fino a noi. Nel riconoscimento da
parte di Ercole del proprio figlioletto
Telefo, che gli aveva dato una sacerdotessa
di Atena di nome Auge, non v'è scarsità di
sentimento, e un particolare commovente è
quello del bambino allattato da una
cerbiatta. Ma l'emozione, o il sentimento, è
espressa con classica misura e attraverso
una limpida tecnica tridimensionale.
Altri dipinti creano il loro effetto con
mezzi meno diretti. Così, per esempio, una
scena di Perseo e Andromeda, sebbene le
forme siano ancora solide e statuarie, è
avvolta in una soffice luminosità che
suggerisce una diversa concezione,
comportante la creazione di un'atmosfera
romantica piuttosto che eroica. Altre opere
sono ancora più apertamente emotive e
addirittura sensazionali. La Morte di
Penteo, dilaniato dalle Menadi,
evidentemente si prestava bene a questo
trattamento, e lo stesso può dirsi di alcune
delle scene più drammatiche della guerra di
Troia. Il ciclo omerico, su cui si fondava
tutta l'istruzione greca e romana, era
particolarmente caro a Nerone, il quale,
oltre a vantare una discendenza adottiva
dalla casa regnante di Troia, scrisse pure
un poema sul tema dell'Iliade, e, secondo
quanto si raccontò, avrebbe declamato altri
versi di propria fattura mentre ammirava
l'incendio di Roma scoppiato nel 64 d.C. La
scena del Sacrificio di Ifigenia, dalla Casa
del Poeta Tragico, è piena di angoscia e di
dramma istrionico, mentre quella di Achille
che consegna Briseide rivela ansia e
tensione psicologica. In Ulisse e Penelope
si vede il pellegrino travestito preso da un
turbamento quasi incontrollabile alla vista
della moglie. E uno dei dipinti più grandi
che siano giunti a noi dal mondo antico è
una scena superbamente colorata proveniente
dalla Casa di Menandro, dove, con una
possente economia di particolari, si
racconta la storia dell'introduzione del
cavallo nella città di Troia ormai
condannata. La storia costituiva anche il
soggetto dei poeti del tempo; e Petronio,
che era poeta oltre che romanziere, è uno di
coloro che ne trattano: tipico della
filosofia di Seneca, della sofferenza, della
tristezza del fato immeritato. Su di esso
aleggia la sensazione di vago timore e di
mistero che si ritrova nella Farsalia (o La
Guerra Civile), il poema epico di Lucano,
che era nipote del filosofo. Il cavallo di
legno ha un aspetto sinistro e scarno. Una
luna quasi nascosta dà una debole luminosità
spettrale, presaga di tragedia, cui si
aggiunge il tremulo bagliore delle torce
tenute da donne in lunghi abiti raccolte al
centro. Per il resto il paesaggio è vago e
oscuro, e così sono pure le torri e le mura
che appaiono indistintamente sull'alto della
scena. Ma emergono due forti sequenze di
movenza drammatica: le figure in primo piano
tese nello sforzo, cui fanno netto contrasto
i personaggi statici che stanno in penombra
più lontano.
In questi dipinti i volumi sono ampiamente
abbozzati, i volti ed i sentimenti sono
impressionisticamente suggeriti con pochi,
,audaci colpi di pennello, ed il mito è
stato infuso con una vita nuova e briosa. Il
successo della tecnica, senza alcun dubbio,
va originariamente attribuito ai precursori
greci dei pittori vesuviani, e, in
particolare, ai Pergameni e ad altri che per
primi si erano cimentati in questo
spettacolare sfruttamento del chiaroscuro e
dei sentimenti umani. I pittori di Pompei e
di Ercolano hanno imitato quegli artisti; ma
nel farlo evidentemente hanno anche
improvvisato con un'abilità che merita quasi
di essere considerata un risultato
originale. Alcune delle personalità dei
dipinti di soggetto mitologico sono state
espresse in maniera assai vigorosa e
sottile. Nell'Ercole e Telefo, per esempio,
(un adattamento di una bella pittura
Pergamena) si ammira una straordinaria
interpretazione dello stesso Ercole che
guarda il figlioletto con una simpatica aria
di sorpresa. E la figura giovanile che nella
medesima scena suona la siringa dietro
l'immagine seduta di Arcadia, i cui occhi
guardano nel vuoto, è il satiro per
antonomasia: eccellente, anche se alquanto
sinistro, esempio della passione per i
ritratti dei fanciulli dei primi tempi dell'
Italia imperiale (medaglioni dipinti
raffiguranti fanciulli e fanciulle sono
stati rinvenuti in molti posti di Pompei,
anche se numerosi esemplari sono finiti
sbriciolati e distrutti).
Le pitture eseguite durante gli ultimi
decenni di vita di Pompei, di Ercolano e di
Stabiae rivelano una stupefacente varietà di
colori audaci, fluenti e abilmente sfumati.
Considerando l'arte dell'epoca può darsi che
alla fine, non prima che siano stati fatti
molti altri studi, sia possibile individuare
una certa evoluzione della moda. Per
esempio, risulta già evidente che negli
ultimissimi anni si andava affermando una
forte tendenza per il nero e il bianco. Così
nella Casa di Loreio Tiburtino una delle
ultime opere consiste in una serie di
medaglioni delle Stagioni, misteriosamente
sospese su un'architettura evanescente
contro grandi pannelli bianchi. Erano in
corso di sperimentazione anche nuove idee
sull'illuminazione, e gli artisti che
decorarono la Casa dei Vettii hanno fatto
apparire gli edifici come se si trovassero
in un burrone inondato di luce, fra
prospettive immense e profonde. Infondendo
fresca animazione nei tradizionali paesaggi
pastorali di alberi e tempietti, le nuove
idee impressionistiche produssero capolavori
come l'Ariete perduto, in cui le due figure
dell'uomo e dell'ariete appaiono quali ombre
davanti alle leggere pareti del santuario
che ha per sfondo un romantico paesaggio di
gole e di caverne. A un livello meno
ambizioso si incontra una grande quantità di
lavoro decorativo puro e semplice, con un
parallelo nei superbi bassorilievi di stucco
che sono un altro elemento caratteristico
delle case private, oltre ad essere stati
largamente utilizzati nelle terme pubbliche.
Fu riportata anche in vita e sviluppata
un'antica simpatia per i temi dell'Egitto,
sintomo di un gusto particolare per i
paesaggi più o meno fantastici di quel
paese. Senza dubbio la moda esisteva anche
altrove; ma Pompei, con i suoi collegamenti
egizi, doveva essere particolarmente
ricettiva in tal senso, e possiamo vedere le
acque del Nilo in piena, le palme e i
sicomori, i pigmei e le belve. In generale
la riproduzione di animali, locali o
esotici, incontrava molto favore,
specialmente nei giardini: le Case di Marco
Lucrezio Frontone e di Lucio Ceio Secondo
contengono tutta una fantastica Africa.
Inoltre, come si può facilmente verificare
facendo una visita al Museo Vaticano, gli
antichi italici eccellevano non solo nel
dipingere gli animali ma anche nello
scolpirli: una capra proveniente dalla Villa
dei Papiri, un armonioso maiale di bronzo in
corsa, oltre ad alcune teste di cavallo da
Ercolano, costituiscono dei begli esempi di
questo genere di arte. Per di più, come
avveniva nei circoli di caccia di tempi
successivi, l'amore per gli animali si
mescolava curiosamente al gusto di vedere i
medesimi brutalmente uccisi. La Casa dei
Cervi di Ercolano deve il suo nome attuale a
due gruppi di sculture riproducenti cervi
assaliti dai cani. Si tratta di opere fatte
con abilità e piene di tensione, ma è
difficile essere d'accordo con l'esperto che
li ha definiti ammirevoli esempi di gusto
decorativo.
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